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Storia di uno scrittore di storie di Sherwood Anderson

di Danilo Cucuzzo

Layout 1Cresciuto in una cittadina dell’Ohio giocando insieme ai fratelli e ai ragazzini del circondario agli indiani e ai cowboys, con una madre taciturna che esternava il proprio amore per i figli senza gesti eclatanti e con un padre per lo più assente, perso dietro i suoi sogni di gloria e ai suoi svolazzi di fantasia, Sherwood Anderson, dopo aver conosciuto le grandi città, avere viaggiato molto ed essersi affermato come grande autore americano, racconta, in Storia di uno scrittore di storie, il suo percorso formativo, la sua vita, il suo inseguire il proprio destino scrivendo qualcosa di più e di meglio di una semplice autobiografia. «… queste annotazioni non pretendono di essere una registrazione dei fatti. […] La verità a cui punto è quella che guarda all’essenza delle cose. È questo che sto cercando.»

Venuto su covando un sentimento di amore-odio nei confronti del padre, che ammirava per il suo credere fermamente in se stesso e per il suo essere un irresistibile affabulatore, ma che biasimava per le ripetute assenze e per il suo apparente disinteresse verso le necessità pratiche della famiglia, Anderson aveva sempre saputo di somigliare a quell’uomo molto più di quanto avrebbe voluto. Rispetto al padre, tuttavia, aveva ben chiara la necessità di lavorare molto, con impegno e dedizione, per realizzare i propri obiettivi. In un’epoca nella quale l’industrializzazione aveva assunto in America le sembianze di una vera e propria religione – «La fabbrica era diventata la nuova chiesa americana e le sue imitazioni erano ovunque, in quasi tutte le vie delle città, dove vomitavano incenso nero nel cielo.» – l’autore di Winesburg, Ohio, nonché padre putativo di scrittori quali William Faulkner, Ernest Hemingway e Thomas Wolfe, si dibatteva fra il sentire comune dei suoi contemporanei e l’aspirazione artistica che avvertiva sempre più distintamente farsi largo dagli anfratti più remoti del proprio animo.

Dopo essersi lasciato trasportare dalla corrente, aver svolto innumerevoli lavori e avere anche provato l’adrenalinica sensazione di essere un uomo d’affari, il padrone di una fabbrica, Sherwood Anderson dovette arrendersi al proprio se stesso, ossia a quell’uomo che, volente o nolente, non poteva fare a meno di notare l’ipocrisia insita nella vita che conduceva, l’inutilità di vivere con il solo scopo di accumulare ricchezze, la volgarità e l’impotenza di tutti quegli uomini che, abbandonato il lavoro manuale, la creazione, non erano diventati altro che tanti ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico fine era quello di andare avanti, sempre più avanti, verso un’espansione infinita dove l’umanità non sarebbe stata altro che un orpello retaggio del passato. «… una voce nel mio cervello, sussurra: “La donna sorpresa in atto di adulterio è andata a lavare con le proprie mani i piedi stanchi di Cristo. Gli ha asciugato i piedi coi lunghi capelli e ci ha cosparso sopra unguenti preziosi”. […] “Molti uomini e donne vanno lungo una strada. Hanno tutti lunghi capelli e trasportano unguenti preziosi. Stanno andando a lavare i piedi di un Rockefeller, di Bet-a-million Bates, di un Henry Ford o del figlio di un Henry Ford, gli dei della nuova epoca”.»

sherwood andersonLa lotta fra lo Sherwood figlio del proprio tempo e lo Sherwood più autentico, ebbe fine in un giorno apparentemente incominciato come tutti gli altri. Anderson – che, va detto, segretamente, già da molto si era messo a scrivere racconti e che, sin dalla più tenera età, era stato infettato dal virus della lettura – stava dettando una lettera alla sua segretaria, quando si arrestò e si mise a ridere, prima di impallidire, far prendere un colpo a quella povera donna e andarsene via per sempre, lasciare la sua fabbrica e il suo status di rispettato imprenditore per inseguire il suo vero destino. «”Ho guadato un fiume e ho i piedi bagnati”», disse prima di lasciare per l’ultima volta il suo ufficio, creando i presupposti affinché tutti coloro che lo conoscevano potessero giustificare l’accaduto come conseguenza di un esaurimento nervoso, del morbo della follia subdolamente insinuatosi nella loro laboriosa e prospera comunità. Il suo destino, ovviamente, era la scrittura. «La vista di una enorme pila di fogli su cui scarabocchiare delle parole mi ha sempre riempito di gioia. Il risultato di tutto questo scrivere, il racconto perfettamente equilibrato, compreso in ogni suo elemento, realizzato in modo perfetto attraverso un numero infinito di minuscoli accorgimenti, la forza di un’autocritica pienamente esercitata, l’utilizzo di tutta la gamma di colori e significati delle parole, la forma e il flusso ritmico dei pensieri e gli stati d’animo che emergono dalle frasi, tutto questo per me appartiene a un sogno, a un giorno confuso e lontano verso cui ci si dirige sapendo che non si arriverà mai, ma infinitamente felici di essere in cammino.»

Autobiografia, trattato sociologico sull’America dei primi del ’900, atto d’accusa contro l’industrializzazione selvaggia e disumanizzante, romanzo di formazione, comunque lo si voglia considerare, Storia di uno scrittore di storie è un libro che tutti gli amanti della buona scrittura dovrebbero leggere.

Sherwood Anderson, “Storia di uno scrittore di storie trad. Nicola Manuppelli,  307 pp., € 15.90, Mattioli 1855, 2015

Giudizio: 4/5


17.06.2015 Commenta Feed Stampa