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Sculacciando la cameriera di Robert Coover

di Flavio Villani

cooverNon c’è trama in questo lungo racconto di Robert Coover, pubblicato nei primi anni ’80, e riproposto da Guanda nell’ottima traduzione, per nulla semplice, di Luigi Spagnol. Un’opera breve ma dalla struttura complessa e densa di pensiero, che conferma Coover, per chi non lo conoscesse già, come autore votato a una scrittura non convenzionale o addirittura di ricerca, naturalmente rivolta a lettori che non desiderino un puro intrattenimento letterario.

Non c’è trama, ma due personaggi e una stanza. E un giardino inquadrato in una portafinestra. E un letto. E un bagno. In una mattina assolata e silenziosa. Con il giardino tanto placido che pare di sentire il ronzio degli insetti. La tranquillità è assoluta, il mondo si sveglia in un fulgore di bellezza fine a se stessa, e nulla sembra accadere. Eppure… eppure in quella stanza inondata di sole, qualcosa accade. E accade. E accade. E accade. Infinite volte, in una ripetizione coattiva che annulla la scansione del tempo, annichilisce ogni cosa in uno spazio angusto e in una atemporalità sospesa.

L’uomo – il primo personaggio, il padrone –, colui che abita quella stanza, si alza dopo una notte agitata da incubi terribili, e attende alla cura della propria persona nell’attesa che la cameriera faccia il suo ingresso e riassetti la stanza. L’uomo non ha nome. Intuiamo solo che è vecchio, ed è votato ad un sacrificio personale, un compito a cui non può sfuggire, un compito inculcato in un lontano passato da un maestro senza volto: la ricerca della perfezione. Il compito che il vecchio si è assunto pesa sulle sue spalle come un fardello, pesantissimo ma necessario. Il raggiungimento della perfezione nella piena luce del giorno è l’unica cura della malattia che la notte sembra svelare con ossessionante ripetitività.

La donna – il secondo personaggio, la cameriera, anche lei senza nome – entra nella stanza, e il suo ingresso ha un fine più elevato di quello che si potrebbe supporre tenendo conto del suo umile ruolo. Il letto è sfatto, il pigiama abbandonato da qualche parte, gli asciugamani bagnati ammucchiati disordinatamente in un angolo. Fra le coperte o nascosti sotto il letto, la donna scopre, di volta in volta, oggetti inquietanti che la notte accumula lì proprio come i frammenti di un naufragio raggiungono la spiaggia spinti dalla corrente: una cintura sporca di sangue, un mucchietto di monete, giocattoli rotti, vestiti stracciati e insanguinati, perfino qualcosa di peggio, qualcosa di oscuramente brulicante di vita. È a quel caos, al naufragio in notti di una oscurità senza scampo e senza spiragli, angosciose oltre ogni immaginazione, che è necessario dare ordine, solo così si può esorcizzare il terrore della morte che la tenebra porta con sé. E la scena si ripete, pagina dopo pagina, sempre uguale, eppure sempre diversa per minimi dettagli, minime sfasature temporali, lampi improvvisi di luce, minimi spostamenti di oggetti nello spazio. Il tutto rappresentato con una scrittura raffinata e labirintica, prova di non comune maestria nel controllo della lingua.

È forse un po’ ingannevole il titolo dell’opera, può far pensare a contenuti pruriginosi, l’ennesimo racconto erotico nel senso in cui è stato ridotto il genere erotico di questi tempi, in sfumature di grigio e in ti vedo, ti guardo e così via. Nulla di tutto ciò. Forse tale consapevolezza potrà deludere qualcuno, non certo chi ama la letteratura e non ha bisogno di surrogati per nutrire fantasie erotiche appiattite dalla banalità dell’immaginario di massa.

Concludo riportando una fra le tante frasi rivelatrici di questo racconto che è anche un percorso di conoscenza: “Le piccole cose di ogni giorno, le sue banali mansioni, pensa mentre si prepara ai compiti mattutini, le forniranno tutto ciò di cui ha bisogno, spazio per negare se stessa, una strada (in senso lato) per avvicinarla quotidianamente a Dio”. Ecco, forse qui, una delle possibili chiavi del rapporto padrone-schiavo, una chiave che prescinde totalmente dall’idea, alquanto banale, che in una tale relazione si possa ricercare un puro godimento sessuale: il padrone ha la vitale necessità di raggiungere un ordine esterno che rappresenti adeguatamente il proprio ordine mentale, e lo fa attraverso l’imposizione al proprio schiavo di regole ferree. Lo schiavo, eseguendo alla lettera il volere del proprio padrone, si sottomette. Crede nella sottomissione come forma di protezione da se stesso. L’annullamento dell’Io (che spingerebbe naturalmente alla ribellione) si opera attraverso l’obbedienza a tali ferree regole, fino alle estreme conseguenze. Subire punizioni dolorose (ben oltre la sculacciata eroticamente stimolante) per ogni minimo errore o mancanza, è la via faticosa che lo schiavo percorre per sopravvivere, per non affondare nel caos delle pulsioni, nella schiavitù dei sentimenti.

Robert Coover, Sculacciando la cameriera, pp. 65, 9 €, Guanda, 2015.

Giudizio: 4/5


14.06.2015 Commenta Feed Stampa