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La pecora nera di I. J. Singer

di Silvana Arrighi

SINGER-cop“Singolare e incomprensibile è il cervello umano, che trattiene e conserva per una vita intera immagini di trascurabile importanza e ne rigetta altre, ben più rilevanti, che non ha interesse a custodire. Da ben quarantotto anni, cioè dal giorno in cui ne ho compiuti due, ho davanti agli occhi un’immagine nitida, la prima che mi sia rimasta impressa nella memoria…”

Con questo incipit I. J. Singer introduce il lettore ai suoi ricordi di infanzia, ricordi ingenui e attentissimi, messi in fila quali fotogrammi scattati in quel momento della vita in cui tutto è scoperta e meraviglia,  e i comportamenti degli adulti sono continuamente sottoposti ad accurato giudizio, in un’instancabile brama di comprendere e organizzare ciò che si è creduto di aver compreso. Nato a BiÅ‚goraj, Shiyele Yoshua (corrispettivo yiddish del nome ebraico Israel Joshua) trascorre gli anni a cavallo fra fine ‘800 e primi del ‘900 a Leoncin, un piccolo shtetl nei pressi della Vistola dove è insediata la comunità della quale il padre, Pinkhas Mendl,  è rabbino. È un’infanzia che ignora giochi e allegria, inabissata nel duro apprendimento della Torah, imposto già a partire dai tre anni attraverso lunghe giornate trascorse con altri allievi presso la casa di un minaccioso maestro, che guida gli infanti alla più alta conoscenza armato di zampino di volpe dalla quale si dipartono strisce di cuoio.  Neppure al sabato è consentito giocare, perché la giornata deve trascorrere nell’ osservanza di un ozioso riposo. Una vita solo un poco più amena si svolge nei mesi estivi, trascorsi con la mamma e la sorella maggiore (altre due sorelle e due fratelli, fra i quali quello destinato al premio Nobel, arriveranno molto più tardi), a casa dei nonni, in mezzo ad uno stuolo di zii e cugini coloratissimi, tutti quanti mantenuti dal carismatico nonno materno, anch’esso rabbino. E’ in questa casa, soprattutto, che Yoshua ha modo di osservare le norme ebraiche più integraliste, oggetto di profonda osservanza e assoluto rispetto dei rituali. Il tribunale rabbinico, di cui il nonno è insindacabile  giudice attorniato da cerusici e macellai kosher, orgogliosi del loro santo incarico e a volte timorosi di non esserne degni, decide di ogni cosa che riguardi la vita della comunità, conduce arbitrati, combina  matrimoni e sancisce divorzi, pratica le circoncisioni, stabilisce, soprattutto, ogni norma sul cibo e la sua eventuale impurità. E’ un mondo completamente al maschile, nel quale le ragazze imparano a scrivere solo per poter sottoscrivere il contratto di fidanzamento e, una volta sposate, stanno in disparte, partoriscono e allevano bambini, cucinano. Possono avere (sotto enormi e non sempre benviste parrucche) grandi cervelli e culture altrettanto smisurate, come è il caso della stessa madre di Yoshua, ben più intelligente, studiosa e sapiente del marito, ma il loro ruolo nella coppia praticamente non esiste: marito e moglie di fatto non si parlano mai.

“Ma era solo una donna e tutta la sua cultura non era di nessuna utilità”.

Osservando la cupa quotidianità attorno a sé, maggiormente acuita dalla presenza inquietante di reparti di cosacchi e corrotte guardie di confine, il bambino Yoshua riesce comunque a trovare spunti di allegria e stupore. E lo scrittore Singer con la sua narrazione snella e fluida li trasforma in note ironiche che sanno indurre il sorriso, mettendo in luce l’assurdo e spesso il ridicolo dei rituali dell’ebraismo più osservante e integralista. Formidabili gli ultimi capitoli in cui l’intera popolazione di Leoncin è indotta dal rabbino  a credere che entro la fine dell’anno, il 5666, vi sarà l’avvento del Messia e, con essa, la fine dei tempi. La gente attende, in una crescente tensione e impedendosi qualsiasi azione che possa avere un’utilità nel futuro – come quel tale che rinunciò a riparare il tetto della propria casa perché sarebbe stata una perdita di tempo e di denaro – attende fino alla mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno, quando….non succede assolutamente nulla! Yoshua è deluso,” rabbioso, colmo di amarezza. Niente Terra d’Israele, niente Leviatano, niente schiavi e serve. Solo le sabbie di Leoncin e il campo sudicio accanto alla sinagoga, in cui pascolavano i maiali”. Ed ecco allora il momento della trasgressione e della definitiva disillusione. “Durante le Diciotto Benedizioni concepii ogni sorta di pensieri peccaminosi…[…] Nel mio libro di preghiere era stampata l’avvertenza che durante la supplica non bisognava per nessun motivo menzionare il nome dell’angelo del fuoco, l’angelo terribile, perché chi lo avesse fatto, Dio non voglia, avrebbe potuto ridurre in cenere il mondo intero…[…] A bassa voce, in modo che nessuno mi sentisse, colmo di paura e curiosità insieme, pronto al peggio, pronunciai il nome proibito, chiudendo gli occhi per non assistere al cataclisma”. Quando li riaprì, non era successo nulla e la fede della piccola pecora nera era definitivamente compromessa.

I.J. Singer, La pecora nera (trad. di Anna Linda Callow), pp. 245, 18 €, Adelphi,  2015.

Giudizio: 5/5


1.06.2015 Commenta Feed Stampa