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Una lezione prima di morire di Enest J. Gaines

di Enzo Baranelli

una-lezione-prima-di-morire1Più che dall’azione o dalla descrizione, i miei personaggi sono definiti dal modo in cui parlano, da come scelgono le parole e da come queste parole sono messe insieme. Questa è la musica di cui parlo. Ernest J. Gaines

Fatti: un giovane di colore (posto sbagliato al momento sbagliato: come dicono di tutte le persone disarmate uccise dai poliziotti americani negli ultimi mesi) è condannato a morte. Il morto, uno dei tre, in realtà, ucciso in una maldestra rapina, è un bianco. Siamo sul finire degli anni Quaranta in Louisiana. Giuria di soli bianchi. Niente al di fuori dalla norma: all’epoca in cui è ambientato questo romanzo, Martin Luther King non era nemmeno maggiorenne. Nel processo l’avvocato della difesa definisce Jefferson, il ragazzo, solo un maiale che non sapeva nulla del mondo e che, quindi, non può essere messo a morte: “Mettereste voi un maiale sulla sedia elettrica?“. La risposta dei giurati è sì. La madrina del ragazzo chiede al figlio della sua migliore amica, alla voce narrante Grant Wiggins, un maestro di colore che insegna in una scuola per ragazzi neri, di parlare con Jefferson, di farlo ragionare e renderlo un uomo. A lesson before dying. Sembrerebbe un melodramma, ma i personaggi hanno quattro dimensioni. E’ un’iperbole per spiegare che sono personaggi vivi, profondi e con un carattere (altezza) e un corpo (larghezza), che parlano come persone che abitano, e occupano, un preciso momento del tempo e dello spazio, e che ce li ricorderemo, già lo sappiamo dopo averli appena incontrati sulle pagine di Gaines. L’autore è un maestro nel creare i dialoghi, che sono la parte stilisticamente più riuscita dell’intera opera. Inoltre è un romanzo che ha subito più riscritture ed è costruito per sottrazione:  “Ho imparato quello che so dalla lettura di autori come Hemingway ovvero che scrivere meno è la cosa migliore. Se posso dire una cosa in cinque parole, invece che sette, ne userò cinque“.

Il concetto di climax dovrebbe avere come definizione, in letteratura, questo romanzo: inizia piano, poi diventa ogni pagina più travolgente. C’è poco da fare, non è un film hollywoodiano, siamo nei secondi anni ’40 in Louisiana: un nero, senza colpe (ma è un nero, e tanto basta), è stato trovato sulla scena di una rapina dove un bianco è morto: sedia elettrica, punto. Una storia come altre in apparenza. Però la seconda metà del libro è incredibile, indimenticabile, fino alle ultime cinquanta strazianti pagine: una tensione narrativa che tira il filo del ritmo fino quasi al punto di rottura. Bisogna leggerlo per capire quante sfaccettature riesca a creare Gaines: i personaggi sono vivi, sono qui e lì nello stesso momento. Ci parlano, sentono e noi sentiamo. E questa tensione sale e sale sempre di più, anche se non c’è mai un scadere nel melodramma, troppo facile per Gaines che fa domande difficili e non dà risposte semplici. Cosa è un uomo? Cosa lo rende un uomo? Cosa significa togliere una vita per applicare una sentenza?

Ci sono mille declinazioni di come nel Sud degli Stati Uniti anche i piccoli gesti infliggevano umiliazioni enormi ai neri. E’ un campionario offerto al lettore senza intenti educativi: era così, e questo basta. Ernest J. Gaines comprende bene che le vie per raggiungere il cuore di un uomo sono impervie. Conquistare la fiducia di una persona che sa di dover morire è doloroso, prima, e poi diventa per Grant, il protagonista e io narrante, anche necessario. Solo quando il bisogno di entrambi di confrontarsi sarà uguale, potrà esserci un dialogo: ecco perché “Una lezione prima di morire” non è solo un romanzo sul razzismo, ma un romanzo sugli uomini.

Ernest J. Gaines, “Una lezione prima di morire“, (ed. or. 1993 – trad. Nicola Manuppelli), Mattioli 1885.

Giudizio: 5/5.


25.05.2015 Commenta Feed Stampa