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Revival di Stephen King

di Enzo Baranelli

RevivalStephen King è uno scrittore americano, prima di essere un maestro dell’orrore: ci sono buone ragioni di ritenere che il Grande Romanzo Americano del XX secolo, cercato, voluto, preteso, individuato, l’abbia scritto lui, con It“. Antonio Faeti, La casa sull’albero, Einaudi, 1998.

Un elenco di autori, a cui deve parte della sua ispirazione, è citato all’inizio di “Revival“: Mary Shelley è il primo nome della lista. Elettricità, fulmini, un ambiguo reverendo “che proietta un ombra” sull’intera vita del protagonista, Jamie Morton, chitarrista, poi eroinomane, e poi individuo restituito alla vita: ma a quale prezzo? L’indagine di Spephen King, attraverso la voce di Jamie, sugli esperimenti del reverendo Charlie Jacobs arriverà a scoprire cosa si celi nella “elettricità magica”.

Nelle prime pagine del suo ultimo romanzo, decisamente migliore rispetto a “Mr. Mercedes” (un tentativo goffo di sperimentare il genere poliziesco), l’autore fa dire al protagonista e io narrante: “In fin dei conti quanti di noi sono in grado di ricordare con chiarezza il periodo trai sei e i nove anni di età? Però scrivere è qualcosa di splendido e insieme spaventoso. Riporta alla luce profondi giacimenti di memorie che ritenevamo sepolti per sempre”.

In “Revival” di Stephen King ci sono il suo amore per la musica (King suona la chitarra e canta in gruppo, i  Rock Bottom Remainders, composto da autori comestephenking
Amy Tan, Matt Groening, Scott Turow e altri), la passione per le storie dentro altre storie (l’elettricità “segreta” del reverendo Jacobs ricorda il film “The Prestige” di Christopher Nolan, a sua volta tratto da un romanzo di Priest), e i legami famigliari: “Casa è quel posto in cui vorrebbero sempre che ti fermassi di più“. E, infine, la vera forza trainante di ogni storia di King, c’è l’infanzia (o in altri romanzi l’adolescenza): perché “l’orrore nasce nell’infanzia“, il suo significato si decifra solo se si stabilisce una salda correlazione con l’infanzia o l’adolescenza. King in “Danse Macabre” scrive: “La mia idea della crescita è che il processo consista essenzialmente nello sviluppo di una visione ristretta delle cose, come se la mente entrasse in un tunnel, e in una graduale ossificazione della facoltà immaginativa“. L’elemento che collega tutte le opere di King è la voce. Nel suo capolavoro, It, si legge: “Una storia porta nella direzione desiderata, ma forse no.  Forse alla fine conta più la voce che narra delle storie in sé“. In “Revival“, si ritrova la voce più limpida e insieme tenebrosa di uno Stephen King che ci vuole condurre verso “quell’ovunque” che rappresenta la vera destinazione della sua scrittura.

Stephen King, Revival, pp. 470, 19,90 euro, Sperling & Kupfer, 2015.

Giudizio: 4/5.

 


29.03.2015 Commenta Feed Stampa