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Senti le rane di Paolo Colagrande

di Danilo Cucuzzo

Senti le rane - Paolo ColagrandeA Gerasim e Sogliani basta che il comune amico Zuckermann si allontani dal tavolo di bar attorno al quale stanno seduti per dare libero sfogo al loro desiderio di sviscerare il mistero che ha segnato l’avventurosa vita del loro amico nato ebreo, convertitosi rocambolescamente al cristianesimo ed entrato in seminario. Gerasim e Sogliani, più Gerasim che Sogliani per la verità – quest’ultimo si limita a infilare nella narrazione dell’amico ben assestate stilettate, qualche protesta plateale e un paio di diocariòla qua e là -, tentano di ricostruire, grazie all’aneddotica, all’esperienza e all’intuizione i motivi che spinsero uno Zuckermann fattosi prete, per di più in odore di santità «Bastava che Zuckermann entrasse in chiesa e aprisse bocca anche poniamo per sbadigliare che alla gente ballavano già le lacrime negli occhi.», a cambiare rotta e dirigersi a testa bassa verso una fine infame.

Il punto di forza di Senti le rane non è la trama, quindi il motivo che spinge il prete a scantonare dall’autostrada direzione paradiso per il viottolo dei piaceri prosaici è il solito, una donna giovane e bella. La vicenda che fa da spina dorsale del romanzo é – se escludiamo l’aspetto piuttosto singolare di un giovane cresciuto seguendo le rigide regole dell’ebraismo praticante che si fa prete – è abbastanza prevedibile ma la verve di Gerasim e Sogliani, il loro saperla lunga anzi lunghissima, le loro digressioni sconfinate e del tutto prive di sprezzo del pericolo, per non parlare del loro ergersi a giudici supremi dell’intero sistema mondo e del popolo bue che lo abita suo malgrado, risulta abbagliante, coinvolgente, mirabolante, e si potrebbe andare avanti a lungo ad allineare un avverbio dietro l’altro fino a sterminare tutti i puristi del bello scrivere. «… io dico che insieme alla filosofia dovrebbe essere vietato il linguaggio, anche se questo divieto non si saprebbe poi come comunicarlo al popolo bue perché anche dei cartelli o dei segnali con simboli o ideogrammi rappresenterebbero a loro volta un linguaggio di per sé fraintendibile e quindi foriero di nuovi accapigliamenti, e in questa inutile deriva dialettica Sogliani dice che l’uomo purtroppo si è definitivamente corrotto da quando è uscito dal suo stadio fisiologico di animale incomunicativo, e ci sono dottrine filosofiche che confermerebbero questa tesi anche se così su due piedi non siamo riuscite a trovarle neanche con sforzi ipertestuali fra Rousseau, Le Corbusier e il canto melodico del primo Lando Fiorini; …»

Paolo Colagrande, con una scrittura comica e pastosa come ci suggeriscono quelli di nottetempo nella quarta di copertina ma che io oserei definire anche vorticosa, va a toccare, mi verrebbe da dire, a molestare correnti filosofico-letterarie (vere o presunte) e opere considerate immortali nei rispettivi ambiti, come Monna Lisa, Via col Vento o Il vecchio e il Mare, con un’irriverenza così sfacciata che se non lo avesse fatto per bocca di quei due asini di Gerasim e Sogliani non esiteremmo a chiederne l’incriminazione per lesa maestà. E invece? E invece non si può non consigliare la lettura di Senti le rane che, a ben guardare e a non volerne scalfire soltanto la crosta comica, offre numerosi spunti di riflessione su svariate sostanze – «per così dire», come preciserebbe Gerasim -, sulle quali l’Homo Sapiens ama lambiccarsi il cervello da quando ne ha uno abbastanza evoluto da «andar a pescare le rane»; questioni quali le definizioni della malinconia e della serenità.

Se avete voglia di perdervi in una narrazione leggera ma non banale, intelligente ma non noiosa, Senti le rane di Paolo Colagrande è il romanzo che fa per voi.

“Senti le rane”, Paolo Colagrande, nottetempo, pp. 332, € 16.50, narrativa italiana, 2015
Giudizio: 5/5


23.03.2015 Commenta Feed Stampa