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La lanterna magica di Molotov di Rachel Polonsky

di Chiara Condò

ceb05a50082b07ed724ef7e0ed3c3a9f_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyGià Orlando Figes aveva descritto con profondità e grazia la storia russa dal 1700 alla prima metà del 1900 attraverso La danza di Natasha (Einaudi, 2008), tomo di oltre settecento pagine, ricco di illustrazioni, date e informazioni, e godibilissimo alla lettura come un romanzo. Il titolo, come ricorderanno gli amanti di Tolstoj, prende spunto da un episodio chiave di Guerra e Pace; il momento in cui Natasha, invitata dallo zio nella sua dacia nel bosco, inizia a danzare, frenetica e inconscia, sul ritmo di una vecchia canzone popolare. Il saggio di Figes si conclude con il capitolo “Russia Trough the Soviet Lens”, cedendo idealmente il testimone a Rachel Polonsky, affiliated lecture al Dipartimento di Slavistica dell’Università di Cambridge, e autrice dell’affascinante saggio di cui andremo a parlare oggi.
Pubblicato a settembre 2014 da Adelphi, La lanterna magica di Molotov è un viaggio nella storia della Russia moderna e contemporanea, attraverso un catalizzatore quanto mai bizzarro e funzionale. Trovandosi a Mosca per motivi di studio, la Polonsky riesce  a entrare nell’appartamento che una volta era appartenuto a Vjaceslav Skrjabin (meglio conosciuto con il nome da battaglia Molotov), tra i più fidati – e i pochi sopravvissuti – politici di Stalin. All’interno dell’appartamento in vicolo Romanov, 3 la Polonsky si trova di fronte al sogno più vertiginoso di un bibliofilo: una parte della biblioteca di Molotov è ancora sufficiente a restituire le proporzioni originarie, l’immagine di migliaia di volumi banditi dalla censura e recuperati dal braccio destro di Stalin. Infatti:

“Uno dei maggiori privilegi di cui godevano gli uomini di Stalin era la possibilità di possedere una biblioteca privata. ”

Tuttavia è il ritrovamento di un vecchio modello di lanterna magica a incuriosire la studiosa, e che le fornisce il medium migliore per dare vita all’ affresco doloroso e ricco del suo racconto. I personaggi e i luoghi che popolano il libro sono molti, tutti raccontati nelle loro vite spezzate o illuse dal sogno sovietico. Le stesse architetture delle città che visita partecipano alla narrazione – mai prolissa, mai manchevole di dettagli – di un popolo spezzato in due dalla corsa alla modernità. Nei capitoli “Banja” e “Staraja Russa” la custodia delle tradizioni slave più antiche si fonde al rimpianto di qualcosa di impossibile da salvare. Ma la virtù della scrittura della Polonsky risiede anche nella capacità di cristallizzare il tutto in un eterno presente, in una necessità duratura:

“I piaceri della banja entrano nel profondo. Quando uscii sulla Neglinnaja – una strada il cui nome celebra il fiume interrato che le scorre sotto – nel freddo di una serata di marzo, sentivo ancora dentro il calore della sauna che andava via via scemando. La mente lucida, l’animo più sereno, avevo l’impressione che il mio corpo fosse immune dallo sporco, dal gelo e dalla spietatezza della città grazie alle ore trascorse nella penombra di uno dei suoi santuari di pietra. Che il vapore ti sia leggero, augurano i russi a chi è reduce dalla banja.”

Come in ogni viaggio attraverso la Russia che si rispetti, La lanterna magica di Molotov inizia a Mosca, per terminare a Ulan-Ude, città vicina ai confini mongoli. Ma il volume non è un taccuino di viaggio, è piuttosto un luogo egli stesso, da affrontare con la bussola della propria curiosità, e una certa inclinazione a seguire immagini non necessariamente reali.
Così scriveva la Cvetaeva nell’epigrafe della raccolta di poesie “La lanterna magica”:

Tutti passano in un attimo febbrile,
il cavaliere, il mago, lo zar, il paggio…
Bando ai pensieri! Ogni libro femminile
di una lanterna magica è raggio!

Giudizio: 5/5
Rachel Polonsky, “La lanterna magica di Molotov”, traduzione di Valentina Parisi, pp. 434, €28, Adelphi, 2014


5.03.2015 1 Commento Feed Stampa