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Pezzi di vetro di Alain Mabanckou

di Enzo Baranelli

mabanckou-copLa lingua francese non è un lungo e pacifico fiume, ma piuttosto un fiume da cui deviare. In quell’arida stagione bianca in cui la luce d’agosto filtra faticosa tra le nuvole“.

La prosa di Mabanckou abbonda di citazioni letterarie, titoli di libri e film sono inglobati in una narrazione ipertrofica che porta il lettore sempre più in là, fino a mostrargli le crepe del bancone del bar Credito a morte, in modo che la sua mente le registri come una mappa per ritrovare il filo del discorso o dell’esistenza. Quando il protagonista e raccoglitore di storie, Pezzi di vetro, inizia a raccontare, lo fa usando la ripetizione e la decorazione barocca, ma poiché tratta le storie dei vari personaggi con ironia riesce ad amplificare il piacere del linguaggio, senza cadere nell’ovvietà da principianti.

Non vi è nulla di troppo semplice in questo stato africano governato da un presidente-generale, nelle strade ingombrate da carcasse putrefatte di animali e nel bar Credito a morte del quartiere Trois-Cents. Nessuno è qui perché ha ricevuto un invito. I personaggi compaiono come fantasmi di fronte all’amanuense che dà il titolo al libro: “saltano fuori da chissà dove, me li ritrovo davanti con voce tremante“.

Alain Mabanckou dipinge con “Pezzi di vetro” un sorta di Congo piccolo e intimo, ritagliato sulla pelle dei suoi mille protagonisti. E’ straordinario che un libro così intenso possa arrivare con tanta semplicità al cuore del lettore e ciò è dovuto allo stato di grazia dell’autore, capace di essere misurato dove più si accalcano le parole ovvero nell’umana necessità di vicinanza e comprensione.

L’uso della ripetizione è sempre circoscritto a formule del linguaggio per creare un ritmo, mai alla sostanza: “Perché anche da sbronzo le ripetizioni inutili mi fanno orrore, e anche i riempitivi, come certi scrittori famosi per la loro gagliarda parlantina che ripropongono la stessa minestra a ogni libro facendo credere che stanno creando un universo, sì, col cavolo“.

A Pezzi di vetro, ex insegnante di sessantaquattro anni, il padrone del bar, Lumaca testarda affida il compito di raccogliere le memorie di avventori e mura. Il quaderno su cui scrive è nella finzione il libro che abbiamo in mano, dove veloci scorrono le parole più del vino versato nei bicchieri.

Il colpo di genio di Alain Mabanckou consiste nel dare al narratore la stessa variabile storia di molti avventori del Credito a morte. O meglio la sua storia è speciale, come lo sono tutti gli esseri umani che continuamente precipitano nei burroni, sperando che gli crescano le ali. Pezzi di vetro ricorda a tutti i lettori le umanissime forme di intelligenza sul pianeta e il loro comune bisogno di essere amati.

L’occhio del narratore percepisce i dettagli, dopo essere naufragato nel delirio alcolico, con una nitidezza che li fa risplendere come meteore: “mi piacciono i personaggi così, si fanno notare appena, sono comparse, figurini, ombre di passaggio, un po’ come quell’Hitchcock che aveva il vizio di apparire di straforo nei suoi film“. Stregoni in grado di comandare la pioggia, vicoli immersi nell’ombra del fetore d’urina e dei torbidi affari che vi si concludono, il mare salato per il sudore degli antenati, strade polverose, il pollo-bicicletta, il vino rosso della Sovinco, i clienti con una pietra al collo e il cuore esploso, barzellette che camminano, cittadini del mondo e pesci di fiume: dannazione, questo Alain Mabanckou sa scrivere e non è necessario convincervi oltre.

Alain Mabanckou, Pezzi di vetro, pp. 189, 16 €, Edizione: 66th and 2nd

Giudizio: 5/5


4.03.2015 Commenta Feed Stampa