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Il bacio della bielorussa di Antonio Pagliaro

di Elisa Bolchi

il bacio della bielorussaL’ultimo romanzo di Antonio Pagliaro lavora in due fasi, come il cuore. Sistole e diastole. Contrazione e rilassamento. Pagliaro però parte dalla diastole, dall’atmosfera più distesa, rarefatta, lenta e monocroma di Utrecht e dei suoi canali, dove si rinvengono due cadaveri, ormai irriconoscibili, e dove a condurre le indagini è un ispettore stanco, frustrato dalla vita privata ma non disilluso dal lavoro, cui si dedica con senso del dovere e di giustizia. Col procedere delle indagini il caso si colora di diverse nazionalità: Bielorussia, Grecia, Lussemburgo e soprattutto Italia. Soprattutto Sicilia. “Due omicidi: tre italiani e un russo. Benvenuta a Utrecht, mafia”, commenta l’ispettore John Paul van den Bovenkamp.

È proprio in Sicilia che la scena si sposta quando il cuore inizia a contrarsi, quando la mafia entra in scena prepotente, quando iniziano gli intermezzi di Franz il tedesco. Il cuore pulsa sempre più veloce, in mezzo ai colori di Palermo, al caos del traffico, ai troppi indizi che si accavallano in una città dove è difficile essere del tutto innocenti e dove troviamo vecchie conoscenze di precedenti romanzi di Pagliaro, come Corrado lo Coco e il tenente Cascioferro, qui quasi comparse sullo sfondo, anche se pedine della partita. Il cuore batte più rapido, più incalzante, fino all’infarto, poco dopo la metà del romanzo, dove si ferma un istante per una scena che non vorremmo immaginare ma che proprio per questo è tanto vera.

Il battito poi riprende, si torna in Olanda, poi di nuovo a Palermo e il cuore fa quello che deve, pompare sangue. E allora di sangue se ne sparge parecchio, ma Pagliaro cambia prospettiva. La narrazione misurata, composta, lapidaria e precisa delle prime pagine lascia il posto al racconto in prima persona di Franz, un racconto che si fa via via più ingombrante, più coinvolto, che si espande come una macchia di sangue sulla camicia, lenta ma inesorabile, fino a occupare tutta la scena. Perché Franz ci ricorda la lezione che troviamo in tutti i romanzi di Pagliaro. Che non si riduce tutto a buoni e cattivi e che essere innocenti è difficile, sempre di più, in una terra che non te lo permette. Ma “per parlare con la verità”, come direbbe Franz, che ci sembra di conoscere alla fine del romanzo, così come conosciamo John Paul van den Bovenkamp e ascoltiamo con lui i cd dei Beatles, in tutto il romanzo di Pagliaro non c’è traccia di retorica. Se Franz è un soldato di Cosa Nostra, Pagliaro è soldato dello stile. Le emozioni ce le indica da lontano o ce le mette nel piatto costringendoci a mangiare, ma fa fare tutto al lettore. Non incalza, non suggerisce, anzi sogghigna spesso, e ci lancia sguardi d’intesa nascosti dietro a certi nomi, persino dietro a certe virgole. Però il lavoro lo dobbiamo fare noi.

È un intrigo internazionale, sì. È una storia di mafia con risvolti inaccettabili, anche. Ma è soprattutto un romanzo sulle bassezze dell’uomo, sulla fatica di essere fedeli a sé stessi, sulla difficoltà di essere umani. Il tutto narrato con una maestria che non fa staccare gli occhi dalle pagine. Pochi scrittori noir potranno fare di meglio.

Il bacio della bielorussa“, Antonio Pagliaro, Ugo Guanda editore 2015, pp. 304, €18,50
Giudizio: 5/5

 


5.02.2015 Commenta Feed Stampa