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Le dodici tribù di Hattie di Ayana Mathis

di Danilo Cucuzzo

Le dodici tribù di Hattie di Ayana MathisQuando si trasferì a Philadelphia dalla Georgia, insieme alla madre e alla sorella, Hattie era una ragazzina di appena quindici anni. Era bella, aveva la pelle molto chiara, «si sarebbe potuta far passare per una bianca, se avesse voluto», ebbe a dire anni dopo una delle sue figlie. Le tre donne lasciarono il Sud dopo che il padre di Hattie fu assassinato a sangue freddo da un gruppo di bianchi ai quali non andava giù che un nero gestisse un negozio. «Tutto era grande a Philadelphia – questo sì – ed era tutto più abbondante, troppo abbondante. Ma […] ce l’avrebbe fatta.» A diciassette anni, e senza più l’appoggio della madre e della sorella, Hattie ebbe due gemelli dal marito August. I piccoli le morirono fra le braccia durante una rigida giornata invernale, portati via dalla polmonite perché non aveva abbastanza denaro per comprargli della penicillina.

Continuando ad abitare nella casa di Wayne Street – che secondo August sarebbe dovuta essere una sistemazione provvisoria in attesa di potersi permettere una casa vera – Hattie continuò a mettere al mondo e ad allevare figli senza mai arrendersi al sentimentalismo. «Bell si abbandonò al pensiero di come Hattie l’avesse delusa. Passò mentalmente in rassegna ogni singolo istante della sua infanzia e la rivide piena delle cinghiate che Hattie dispensava alle gambe dei figli, piena dei suoi scatti d’ira e dei suoi silenzi. Forse aveva solo cercato di proteggerli o di insegnare loro disciplina e rispetto, ma Bell non riusciva a ricordare una parola dolce o un bacio.»

Nel corso della sua vita, Hattie si prese cura, a suo modo e con alterne fortune, di ben undici figli e una nipote. Eccole, dunque, Le dodici tribù di Hattie. Senza dimenticare che nel titolo vi è anche una chiara allusione alle dodici tribù d’Israele di biblica memoria, i figli e la nipote di Hattie/Agar (schiava, madre di Ismaele e, per San Paolo, emblema della comunità ebraica), raffigurano, con le loro esistenze problematiche – dall’omosessualità repressa di Floyd, alla schizofrenia di Cassie, passando per gli abusi sessuali subiti da Billups, la condotta autodistruttiva di Bell, le insicurezze di Alice e l’alcolismo di Franklin – altrettante rappresentazioni della lotta per la libertà portata avanti da anni e non ancora giunta a risultati soddisfacenti da parte del popolo afroamericano. Rappresentazioni che per numero e varietà potrebbero far storcere il naso al lettore particolarmente attento al realismo delle storie di cui si ciba. Costui non potrà fare a meno di chiedersi: Com’è possibile che le disgrazie capitino tutte a loro? Il fatto è che Le dodici tribù di Hattie deve essere letto come un romanzo epico. Le disgrazie occorse ai personaggi, non sono che altrettanti espedienti utilizzati da Ayana Mathis per rappresentare il senso di straniamento provato dagli afroamericani (dalle minoranze tutte, si potrebbe dire) e per raccontare delle tribolazioni di cui si fanno carico nella speranza di guadagnarsi un posticino in paradiso. L’abilità dell’autrice americana, vissuta per circa un lustro a Firenze, sta nel riuscire a tenere insieme tutte queste storie che, per loro stessa natura, tenderebbero a disperdersi, sfilacciando il romanzo e disorientando il lettore. Grazie ad Hattie, personaggio coriaceo e potente, la Mathis è riuscita a legare insieme tutti i capitoli che potrebbero diventare altrettanti racconti perfettamente in grado di camminare da soli, regalandoci un romanzo che si candida a diventare un classico moderno.

“Le dodici tribù di Hattie”, Ayana Mathis, trad. Giovanna Scocchera, Einaudi, pp. 284, € 21.00, 2015
Giudizio: 5/5


21.01.2015 Commenta Feed Stampa