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La somma delle nostre follie di Shih-Li Kow

MdA-cop [1]Il mondo è molto, molto più vasto di quanto immaginiamo noi, piccoli italiani abbarbicati alla nostra provincia senza neppure il coraggio di guardare al mare nostrum con curiosità, chiusi come siamo fra le quattro mura di una provincia soffocante, reale o letteraria che sia.

Questo di Shih-Li Kow è il primo romanzo che mi capita di leggere di un’autrice malese, il suo romanzo d’esordio. Il primo che mi capita di avere fra le mani edito da Metropoli d’Asia, casa editrice con baricentro tutto spostato a Oriente. Una bella realtà per conoscere validissimi autori a noi il più delle volte ignoti, e per capire qualcosa di più di quel ribollire di popoli che ingenuamente tendiamo ad accomunare in un unico grande calderone chiamato Asia. Il folle mercato editoriale italiano delle “major” oggi difficilmente potrebbe darcene conto.

Il romanzo di Shih-Li Kow racconta le storie parallele e intrecciate di Auyong, anziano direttore di una fabbrica di frutta in scatola, al tramonto della vita, e Mary Anne, bambina quasi adolescente proveniente da un orfanotrofio dove è stata abbandonata da neonata. L’incontro fra i due protagonisti avverrà dopo la misteriosa adozione di Mary Anne da parte di Assunta, sorella prediletta di Mama Beevi, scorbutica anziana, amica di Auyong, memoria vivente di luoghi e famiglie che in quei luoghi hanno vissuto. La morte di Assunta e del marito in un incidente stradale proprio nel giorno del trasferimento di Mary Anne dall’orfanotrofio alla loro casa porterà la ragazzina a vivere con Mama Beevi nella Grande Casa, la bizzarra villa che ospitava la composita famiglia dell’anziana donna, futuro bed & breakfast per turisti internazionali.

Vite sul margine di cambiamenti personali ed epocali, in attesa del passaggio senza ritorno verso la senilità, l’età del ripiegamento, o la piena età adulta, l’età della consapevolezza.

Sullo sfondo, ma non per minore importanza, un’altra storia di cambiamento: la società malese, rurale e ancora piena dei segni del passato coloniale britannico, in rapida trasformazione nell’epoca del boom finanziario e digitale. Kuala Lumpur, con la sua ipermodernità, con i suoi grattacieli da record, con i suoi quartieri dormitorio dove migliaia di giovani sbarcano il lunario, fra lavori alienanti e assurdi sogni di libertà, di fatto ignari della vita e del futuro, proietta la sua lunga ombra su Lubok Sayong, cittadina immaginaria della penisola del Perak, dove il tempo sembra essersi almeno temporaneamente arrestato.

La narrazione, realistica con toni a tratti magici, alterna i punti di vista di Auyong e di Mary Anne, lasciando affiorare, con scrittura lieve e precisa, ma anche ironica fino a farsi caustica, contraddizioni, paradossi, piccole e grandi follie, orrori, dei luoghi e dei personaggi che affollano il racconto. Evoca, per immagini, la natura rigogliosa e prepotente della Malesia, aggredita su tutti i lati dal cosiddetto progresso, e sul punto di soccombere, ma ancora in grado di ribellarsi con piaghe quasi bibliche come invasioni di insetti e inondazioni distruttive.

Il racconto evita i toni nostalgici, i sogni utopici, la difesa ad oltranza di un tipo di società che inevitabilmente poco a poco dovrà sparire. I narratori non giudicano. Il cambiamento se deve avvenire avverrà. È nella natura delle cose: i bruchi si devono trasformare in farfalle, anche se questo comporta il raggiungimento dell’età matura e avvicina sempre di più alla fine.

Il paradiso terrestre vagheggiato da Auyong è stato abbandonato da troppo tempo per sperare di poterne vedere i suoi riflessi qui giù. L’unico futuro è nelle persone e nelle loro relazioni: che ognuno abbia la capacità e la fortuna di costruire il proprio piccolo paradiso nel luogo dove gli è dato di vivere.

Shih-Li Kow, La somma delle nostre follie, (Trad. Monica Martignoni), pp. 262, 14,50 €, Metropoli d’Asia, 2014.

Giudizio: 4/5.