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Lo Scuru di Orazio Labbate

di Enzo Baranelli

scuru_cover_storeUn libro dovrebbe essere un’ascia per rompere il mare ghiacciato dentro di noi” Franz Kafka.

L’incipit è da brividi. Alcune citazioni per inserirvi nello stile particolarissimo dell’autore: “La gente aveva le facce scavate come teschi di coyote“. “La fattoria rossa perde vernice dal tetto isoscele (sic)”. “Sotto forma di litania, invaso dalla mia fine ultimativa“. Aggiungeteci che la scena è ambientata in West Virginia, nota come The Mountain State, e il protagonista vede una vasta prateria. Non dubito che ci siano pianure in West Virginia, ma è come parlare di pianure in Tirolo. Comunque non è difficile: aprite Google Earth, cercate Milton, West Virginia e vedrete che ci sono solo colline. L’editor per dimostrare che ci sono pianure in Virginia ha trovato la foto di un campo di granturco; sullo sfondo? Colline. Tralasciamo questi particolari. E’ un romanzo metafisico. La parte ambientata in Sicilia è qualcosa di indescrivibile. “Il Signuri dei Puci. C’aveva occhi spirdati […]; estesi, come orbite di un operaio della forestale“. Ripenso alla lingua limpida, acuta e poetica di Davide Orecchio che ha ambientato il suo ultimo romanzo, in parte, in Sicilia: il confronto è impossibile. Orazio Labbate stupra il linguaggio, trasformando la prosa in un dolore per la mente, è straziante leggere queste pagine vomitate fuori senza pudore. “Ero il solo a pensare ad altro, a rompersi la minchia del rito. I reni, allora, incominciavano a tremularmi e i scianchi reagivano gonfiandosi. La milza, sotto, scoppiava, e nel balbettio delle mie ossa il batacchio della campanella squillava come un metronomo disossato“. Cosa sia un “metronomo disossato” rimarrà un mistero.

E’ deprimente che questa scrittura sia da alcuni ritenuta profonda, mentre non riesce a scalfire neppure la superficie della realtà, dalla quale rifugge, essendo l’intero romanzo una semplice istantanea di un’allucinata e onanistica introspezione di un animo tormentato e privo di voce. Punteggiato da similitudini sospese tra il ridicolo e l’osceno, “Lo Scuru” affonda in un vuoto sterminato di idee e ispirazione, capace di ammaliare solo menti colte da un momentaneo, o perenne, ottundimento. Il romanzo è un vischioso e sanguinolento grumo catarroso sputato sulla pagina e confezionato con un’elegante copertina.

Orazio Labbate, Lo Scuru, pp. 121, 9,90 €, Tunué 2014.

Giudizio: 0/5


9.12.2014 3 Commenti Feed Stampa