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Anime baltiche di Jan Brokken

di Chiara Condò

20141008094357_235_cover_bassaCosa direbbero i singoli protagonisti di questo reportage, che con una grazia così lieve e profonda li scruta e li racconta, restituendoli alla storia e alla geografia del secolo? Penso, per esempio, allo sguardo serio e distante che ha Loreta Asanavičiūtė nella fotografia di pagina 191, e mi chiedo come si sarebbe rivolta al giornalista olandese che ha parlato di lei brevemente, con i tratti con cui ci si rivolge a un’innamorata lontana. E Loreta aveva appena 23 anni quando si ritrovò coinvolta negli Sausio įvykiai, gli eventi del Gennaio 1991 durante i quali 13 civili restarono uccisi in seguito a un’azione sovietica, a Vilnius. Loreta fu l’unica donna a morire: venne investita e calpestata da un carro armato, fece in tempo a sperare di poter vivere ancora, per poi spirare in una stanza dell’ospedale della Croce Rossa. La storia, sembra scrivere tra le righe Jan Brokken, la consegnerà come l’eroina di quei giorni, ma il futuro che aveva pensato per se stessa avrebbe rigettato con violenza ogni traccia di gloria.
“Doveva avere un carattere tranquillo, timido e introverso. Non amava la musica troppo forte e detestava il rock. Cantava in un coro, in abito lungo color fucsia con il colletto di pizzo”, e ancora “era assennata di carattere”, “una bambina che scriveva poesie, sognava l’amore e le vacanze in mezzo ai boschi”. Scansava l’audacia con gesti miti: pensava al giorno delle sue nozze, nel quale avrebbe potuto cantare e ballare fino a cadere sfinita.
La storia di questa timidissima, sfuggevole eroina lituana è l’esempio più pregnante da cui muoversi per parlare del reportage di Jan Brokken, pubblicato da Iperborea con una cura eccezionale. L’enciclopedia umana che il giornalista olandese ha compilato è viva e pulsante, specialmente perché ogni “anima” è collegata alle altre in un modo meno superficiale di quanto possa sembrare. Da Gidon Kremer a Arvo Pärt una timidezza e ritrosia nazionale sembra essere l’elemento costante di queste sghembe, luminose anime baltiche. Come dire che avrebbero volentieri fatto a meno di una gloria pagata a così caro prezzo, per una vita tranquilla e incorrotta, lontana dalle tempeste della guerra e del successo.
È il caso di Romain Gary (Roman Kacev, Vilnius) – suicida lui e suicida la moglie Jean Seberg. O  Alexandra Wolff-Stomersee, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che fu sempre divisa tra la Sicilia assolata e la sua Curlandia ombrosa. Per non tacere dello scrittore Eduard von Keyserling, discendente di quella sfortunata stirpe di baroni tedeschi che finì i suoi giorni ceco, consumato dalla sifilide. A quei giorni senza luce si deve forse il suo romanzo più luminoso, pubblicato anni fa da Marcos y Marcos, Onde: c’è, nelle ampie descrizioni che Keyserling fa, un’ attenzione quasi disperata per il modo in cui le onde infrangono la luce e come questa si ricomponga sulla superficie del mare baltico.
Tuttavia non c’è da temere troppo da questi nomi quasi sconosciuti: Jan Brokken non ha trascurato le anime baltiche più illustri – tutte, indistintamente, grandi e tragiche, definite per sempre dalla storia. Ed è questo quello che Brokken ha saputo restituirci, attraverso una scrittura quanto mai azzeccata e una ricerca meticolosa: la colpevolezza di una memoria mondiale, dimentica della nazionalità di queste anime grandi.

Giudizio: 5/5
Jan Brokken, “Anime baltiche”, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pp. 512, Iperborea, €19,50, 2014


26.11.2014 Commenta Feed Stampa