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’14 di Jean Echenoz

di Danilo Cucuzzo

'14 di Jean Echenoz«… non è forse nemmeno utile, né tantomeno sensato, paragonare la guerra a un’opera, oltretutto l’opera non ci piace un granché, anche se come quest’ultima la guerra è grandiosa, enfatica, eccessiva, piena di fastidiose lungaggini, anche se fa altrettanto rumore e spesso, alla lunga, è piuttosto noiosa.»

È un sabato pomeriggio come tanti altri, Anthime ha preso la bici ed è andato a farsi un giro fuori dal paese dove vive e lavora come contabile in una fabbrica di scarpe. Si trova sulla vetta di una collina quando, da quella postazione privilegiata che gli consente di scorgere i borghi e i paeselli che sorgono all’intorno, ode suonare all’unisono le campane di tutti i campanili. È il 1° agosto del ’14 e quel suono martellante, Anthime lo sa bene, significa mobilitazione. Tornato in paese, lo trova animato e febbrile come nei giorni di festa, tutta la gente è scesa per le strade, festoni e coccarde ornano le vie. I giovani del paese, con l’eccezione degli inabili, si apprestano a partire per il fronte, anche Anthime e i suoi più cari amici si apprestano a partire; anche Charles, nonostante il suo sprezzante atteggiamento di superiorità e il prestigio che gli deriva dall’essere il vicedirettore del calzaturificio, partirà insieme agli altri. Ed è proprio Charles a rassicurare il preoccupato Anthime sulla brevità del conflitto e, di conseguenza, della loro assenza dalla vita di tutti i giorni: «è questione di quindici giorni al più, sarà una guerra lampo.»

Sappiamo che non andò così e che quella che in seguito sarebbe passata alla storia come “La Grande Guerra” durò anni e fu foriera di indicibili sofferenze. Jean Echenoz, per raccontarci la guerra di Anthime, sceglie uno stile molto particolare la cui peculiarità è il distacco, una sorta di anaffettività grazie alla quale riesce a descrivere con la stessa levità tanto l’abbigliamento scelto da Blanche (ragazza amata tanto da Anthime quanto da Charles ma che pare aver scelto quest’ultimo) per recarsi dal medico una domenica mattina nella quale il paese, svuotato degli uomini, le pare più grande, quanto gli effetti devastanti provocati da una granata finita dentro una trincea. Il colore e il tipo di stoffa di un abito, vengono trattati da Echenoz esattamente come le schegge che trinciano corpi provocando squarci dai quali il sangue schizza fuori a imbrattare tutto e tutti nel raggio di diversi metri. Grazie alla sua scelta stilistica, l’autore francese riesce a trascinare il lettore, non tanto dentro l’orrore della battaglia, quanto in una dimensione nella quale (anche) la guerra diventa un qualcosa di ordinario, da accettare come tante altre cose proposte dalla vita. I soldati come Anthime marciarono avanti e indietro per chilometri, con il loro equipaggiamento pesante e inefficiente, attaccarono con una ferocia che non gli apparteneva il nemico e furono ripagati da altrettanta folle violenza, ma lo fecero quasi senza accorgersene. Spararono perché non c’era altro da fare, uccisero e mangiarono animali che non si dovrebbero mangiare perché avevano fame, si raccontavano le storie dei bei tempi di pace per non farsi inghiottire dalla solitudine tutta attesa e paura della trincea, dove il nemico poteva giungere da ogni direzione e infilzarti con la baionetta, o spararti o farti saltare in aria con una mina. Una situazione assurda, dove persino una menomazione permanentemente invalidante veniva accolta con gioia pressoché irrefrenabile, giacché voleva dire lasciare il fronte e tornare a casa dai propri cari, anche se con qualche arto o organo in meno.

“’14”, Jean Echenoz, trad. Giorgio Pinotti, Adelphi, pp. 110, € 14.00, 2014, Prima Guerra Mondiale
Giudizio: 4/5


23.11.2014 Commenta Feed Stampa