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Nidi di rondine di Kim Thúy

di Flavio Villani

nidi di rondineBisognerebbe avere pazienza, la pazienza delle rondini, per costruire il nido perfetto per i propri figli. Giorno dopo giorno, le rondini impastano sottilissimi fili di paglia con la propria saliva. Un lavoro silenzioso e certosino come quello che Mãn, una giovane donna emigrata dal Viet Nam in Canada al seguito del marito, cerca di svolgere giornalmente, ma in una sorta di limbo, in una bolla di tranquillità silenziosa ed apparente all’interno della quale la vita è vissuta come sotto anestesia.

È sul filo di questioni davvero grandi e umanissime, sullo sfondo di una guerra solo accennata, eppure incombente, che si susseguono i capitoli di questo breve, ma denso (per significati, ma anche per la forza delle emozioni espresse) romanzo della vietnamita-canadese Kim Thúy, autrice del pluripremiato Riva (Nottetempo, 2010), suo romanzo d’esordio. I capitoli, godibili anche autonomamente, sono delicati acquerelli che compongono una sorta di dizionario, dove ogni parola trova la propria spiegazione in un frammento di vita della protagonista e degli altri personaggi che popolano il romanzo, soprattutto della terza Madre, colei che ha raccolto Mãn e l’ha cresciuta come vera figlia. Un dizionario esistenziale dunque, dall’infanzia abbandonata, passando attraverso l’esperienza della guerra e dello sradicamento, fino alla costruzione di una nuova identità in un paese lontano.

La perdita dell’identità, il più grande affronto all’umanità che è possibile immaginare, e il percorso necessario per il suo recupero sono, a mio modo di vedere, il fulcro del romanzo. Chi vuole sopravvivere alla follia degli uomini (“se vuoi sopravvivere sbarazzati della tua identità”), alla guerra, alla devastazione, deve infatti annullarsi, scomparire, farsi trasparente. Trasformarsi in un fantasma. Abbandonare il proprio mondo, le proprie cose, per fare una cosa semplicissima, tanto scontata per noi, abitanti di quell’Occidente ipernutrito (in tutti i sensi) con alimenti da catena di montaggio, da non renderci conto di cosa davvero significhi vivere.

La cucina è il primo luogo dove tale percorso vitale si concretizza: i sapori, gli odori, i colori, la materia grezza le cui trasformazioni conseguono all’abile lavoro manuale, permettono, in una continua sinestesia che scava dentro l’individuo, di ritrovare il coraggio di pensare al proprio passato, alla propria terra, a tutto il dolore che ci si è lasciati alle spalle. Ricordare prima, accettare poi, sono gli atti necessari per continuare a vivere, non come fantasmi, ma come uomini e donne che hanno fatto i conti con il proprio passato. Infatti non esiste identità senza radici (“la Mamma voleva che dimenticassi, che la dimenticassi perché avevo una nuova possibilità di ricominciare, di partire senza bagagli, di reinventarmi. Ma era impossibile”).

Ma tutto questo non è ancora sufficiente. Dovranno seguire altre cose fondamentali: l’amicizia e l’amore. Solo allora si completerà quel percorso di consapevolezza così necessario per convincersi di avere un ruolo nel mondo, di non essere un’ombra senza spessore, e che l’amore, oltre a donarlo con abnegazione, puoi anche riceverlo. Essere indispensabile per qualcuno non per quello che fai, ma perché semplicemente esisti.

Un romanzo scritto con una lingua ricercata eppure semplicissima, tradotta in modo eccellente da Cinzia Poli. Una lingua in grado di arrivare al cuore, non come un proiettile che lacera e distrugge tutto ciò che incontra lungo il suo percorso, ma attraverso la potenza travolgente e in fondo rivoluzionaria dell’amore. L’amore per la parola, espressa, con un pudore che commuove, da una voce narrante di meravigliosa delicatezza, forte della forza di una carezza; della forza delle abili mani che creano bellezza dal nulla. Forte del bigliettino lasciato nella merenda dei tuoi figli con scritto “ti voglio bene”.

Kim Thúy, Nidi di Rondine, pp. 156, 14 €, Nottetempo, 2014.

Giudizio: 4/5


3.11.2014 1 Commento Feed Stampa