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C’è bisogno di nuovi nomi di NoViolet Bulawayo

di Danilo Cucuzzo

C'è bisogno di nuovi nomi -  NoViolet BulawayoIl segreto di C’è bisogno di nuovi nomi, romanzo d’esordio di NoViolet Bulawayo – nata in Zimbabwe e trasferitasi in Michigan a 18 anni -, sta tutto nella scelta dell’autrice di adoperare un tono leggero. Lasciando a Darling, una ragazzina di 10 anni, il compito di narrare la sua vicenda in prima persona, la Bulawayo riesce a trattare argomenti spinosissimi con delicatezza pur non perdendo in credibilità. Il lettore – quello occidentale più di ogni altro – si ritrova catapultato sin dalle prime pagine in un mondo che credeva di conoscere per averne letto, per averne sentito parlare, per averne visto fotografie e filmati ma del quale, in realtà, non sa quasi nulla. E così accompagna – con gli occhi dolci, il sorriso sulle labbra e l’orrore e la pena nel cuore – Darling e i suoi inseparabili amici nelle loro scorrerie a Budapest (quartiere borghese non troppo lontano da Paradise, il campo di baracche di lamiera e povertà divenuto la nuova “casa” di molti di coloro ai quali le autorità hanno raso al suolo abitazioni e speranze) per fare incetta di guave, frutti dolci e succosi con i quali i ragazzini si ingozzano sino a non poterne più ma che, spesso, rappresentano l’unico antidoto credibile ai morsi della fame sempre più violenti. Li segue nei loro giochi privi di giocattoli, ma ricchi d’inventiva (il gioco delle nazioni, cattura Bin Laden), assiste al tentativo maldestro di liberare una loro amichetta dal pancione sempre più ingombrante che le impedisce di partecipare attivamente alle loro avventure sfrenate. Va dietro a Darling mentre questa sale controvoglia un’altura sulla vetta della quale un bizzarro pastore celebra le sue funzioni. Entra, con il pass dei lettori, nel più profondo dell’anima di questa ragazzina che sogna di raggiungere la zia in America e pensa al padre partito per il Sudafrica in cerca di lavoro e mai più fattosi sentire. Vola con lei fino in Michigan, dove la realtà della vita le mostra implacabilmente che l’America vera è assai diversa da quella che aveva immaginato per anni. Darling si troverà a dover fare i conti con una lingua che non conosce bene, con gli sguardi che la fissano incuriositi come fosse una bestia nello zoo e con il fatto che neanche in quel Paese tanto agognato i soldi crescono sugli alberi e che bisogna sudarseli svolgendo lavori sempre più umili e malpagati. E poi c’è la nostalgia: per i luoghi, per le persone, persino per le guave. Darling vorrebbe tornare in Zimbabwe a trovare i suoi cari ma, con il permesso di soggiorno ormai scaduto e con il nuovo abito da clandestina cucito addosso, non può permetterselo, a meno di rinunciare a rientrare negli USA.

Ingiustizia, povertà, fame (quella vera), maltrattamenti, gravidanze precoci sono solo alcuni dei temi che la Bulawayo tratta dipingendo la vita di Darling e dei suoi amichetti in Africa. Delusione, estraneità, umiliazione e rimorso sono alcuni degli argomenti che tocca raccontandoci la Darling americana. E poi c’è il malinteso sull’Africa. «Jim fa sempre questa cosa che mi dà sui nervi: parla dell’Africa come se fosse una sola nazione, anche se gli ho già detto che è un continente con almeno cinquanta paesi e che, a parte il mio paese, del resto non ho visto niente e non posso fare affermazioni». Quanta verità c’è in questa frase? Quante volte abbiamo parlato dell’Africa come se fosse un paesello e dei suoi abitanti come se fossero tutti uguali: stessa lingua, stessi credi religiosi, stessi usi e costumi? Quanta altezzosità, quanta ignoranza…

C’è bisogno di nuovi nomi, con il suo tono leggero, la sua naturale induzione all’empatia e la sua ripulsa per ogni genere di pretenziosità, è un romanzo che ha da dirci tante cose: sull’Africa e sugli africani, sui disperati di ogni dove e, soprattutto, su noi stessi e sul nostro modo di guardare agli altri.

NoViolet Bulawayo, “C’è bisogno di nuovi nomi”, Trad. Elena Malanga, Bompiani, pp. 265, € 18, 2014

Giudizio: 4/5


20.10.2014 Commenta Feed Stampa