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Il fuoco e il racconto di Giorgio Agamben

di Chiara Condò

il-fuoco-e-il-racconto-d426Per Nottetempo, il blu è un colore ardente. Così come brucia, tra le pagine di questa raccolta breve e pregnante, il fuoco della riflessione di Giorgio Agamben. I due elementi che le danno il titolo, “il fuoco e il racconto” per l’appunto, derivano da una storia trasmessa a Gershom Scholem da Yosef Agnon, e a cui viene concesso l’onore della prima pagina.
“Quando il Baal Schem, il fondatore dello chassidismo, doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghiere e ciò che voleva si realizzava. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritsch si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere – e tutto avvenne secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Mosche  Leib di Sassov si trovò nella stessa situazione, andò nel bosco e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non sappiamo più dire le preghiere, ma conosciamo il posto nel bosco, e questo deve bastare”. E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione trascorse e Rabbi Israel di Rischin dovette anch’egli, misurarsi con la stessa difficoltà, restò nel suo castello, si mise a sedere sulla sua sedia dorata e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E, ancora una volta, questo bastò.
Agamben la utilizza come spunto fondativo per i suoi saggi letterari, filosofici e religiosi al contempo: attraverso una scrittura limpida e semplice, i misteri della scrittura vengono celebrati in  un percorso fatto di interrogativi cauti, risposte pacate.

“Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura, Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dove c’è racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.”  
Molte sono le domande che si susseguono, in un viaggio che Agamben compie verso l’essenza stessa della narrazione e del linguaggio. Come nel momento in cui prende in esame la parabola, racconto fatto di metafore e corrispondenze, ma specialmente di somiglianze, atte a renderci più vicina e semplice una storia che, altrimenti, non capiremmo. E nella comprensione di una storia (dove anche questo è un termine dai moltissimi significati) accettiamo di non vedere più differenze tra il discorso che raccontiamo e la realtà in cui viviamo. Scrive ancora Agamben: “la parola ci è stata data come parabola, non per allontanarci dalle cose, ma per tenercele vicine, più vicine – come quando riconosciamo in un volto una somiglianza, come quando una mano ci sfiora. ”
Così lieve è la profondità di questi saggi che l’entità delle informazioni può sfuggire al lettore: i riferimenti sono molti e il rischio di disperderli è alto, ma Agamben fa sempre in modo di sostenere la lettura con una spiegazione breve ma esaustiva. 
Già con le sue raccolte precedenti, Profanazioni e Nudità, i temi principali della sua ricerca risultavano chiari; ma ne “Il fuoco e il racconto” l’urgenza consueta sembra smorzarsi, per lasciar spazio a una riflessione più intima e silenziosa, come se dal parabolare si passi, irrimediabilmente, all’orare il dio misterioso della letteratura.

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto”, pp. 144, €14, Nottetempo, 2014

Giudizio: 4/5


6.10.2014 1 Commento Feed Stampa