Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > House of Cards di Michael Dobbs

House of Cards di Michael Dobbs

di Flavio Villani

Dobbs-coverSgombriamo subito il campo da possibili equivoci: questa non è letteratura, ma buon intrattenimento “letterario”, e come tale la speranza di trovarvi materiale letterariamente “alto” rimane una pretesa irrealistica. Ma se la misura della bontà di un’opera dell’ingegno scrittorio sono le copie vendute e il numero di puntate della omonima serie televisiva, spostata dal Regno Unito agli Stati Uniti, “starring” il superbo Kevin Spacey, il romanzo di Michael Dobbs è un’opera riuscita. Fino a qui nulla di che. Ancora una volta una questione di buon marketing letterario. I libri oggi si cerca di crearli (e si vorrebbe venderli) esattamente come si producono (e si vendono) i tarallucci del Mulino Bianco: con lo stampino.
D’altra parte il romanzo è facilmente inquadrabile, proprio come piace agli editori e, mi dicono, anche ai lettori che così sanno come orientarsi fra gli scaffali delle grandi catene librarie, sempre più propense a ridurne l’estensione per fare spazio a tavolini, bicchieroni di Campari e gadget ben più remunerativi di tutta quella carta presto ammuffita: non c’è spazio da perdere con opere che non si vendano da sole; un buon political thriller ha tale potenzialità, soprattutto se costruito nello stretto rispetto dei canoni di genere come “House of Cards“. Un romanzo a tratti di piacevole lettura, con dialoghi però di livello assai alternante, verosimili e perfino buoni quando rimangono in un ambito consono all’autore (l’intrigo politico), francamente ridicoli quando entrano in ballo i sentimenti e l’amore (le guance rigate di lacrime non si contano), nel complesso comunque lontano dall’essere memorabile. Nessun pensiero o considerazione che vada oltre al concetto, ripetuto per i duri di comprendonio, dell’homo homini lupus. L’analisi delle dinamiche del Potere è tutta qui, a ben vedere non grandi sottigliezze. Ma in fondo di questo si tratterebbe, né più né meno di un gioco di carte che in fondo non inquieta: il più abile e spregiudicato l’avrà vinta, fino alle estreme conseguenze. E su questa falsariga è inevitabile che i personaggi siano monodimensionali. La giovane giornalista protagonista è perfetta per un telefilm: bella, intelligente, aggressiva al punto giusto, molto single, ma in fondo una gran romantica e, contrariamente alle apparenze, di costumi morigerati: la dà preferibilmente se c’è amore. Il pubblicitario impotente, ovviamente, è strafatto di cocaina e ricattabile, ma quale pubblicitario non lo è (strafatto e ricattabile)? Il vecchio politico protagonista non può che rappresentare il lato cinico della faccenda: fascinosa senilità, cinismo e politica, si sa, vanno a braccetto. C’è tutto il necessario per piacere ai più.house-of-cards--1-
Altri pregi? Svela qualche retroscena della politica britannica anni ’80-’90 (il romanzo è stato pubblicato nel Regno Unito nel 1989), in particolare il rapporto malato fra i tychoon dei media e i politici (in Gran Bretagna, figuriamoci in Italia!) con l’occhio di chi (Dobbs è stato un politico di primo piano) le cose dovrebbe averle vissute in prima persona. Un surplus di credibilità che non può che essere apprezzato da una larga fetta di lettori. Ma, dal mio punto di vista è soprattutto apprezzabile (e lo dico con entusiasmo) la visita guidata, ottenuta al modico prezzo di 14 euro e 90 centesimi, al lordo di eventuali sconti e senza muovere il sedere dalla poltrona, ai palazzi del Potere dell’ex impero britannico: quelli sono santuari che da soli, senza bisogno di troppi sforzi di scrittura, sono in grado di rappresentare il Potere attraverso la pietra e i legni anneriti dai secoli e dall’uso, luoghi dove ad ogni passo si respirano intrigo e cospirazione, tradimenti e omicidio. Se anche un volo low cost è per voi (come per me) troppo dispendioso, questo è un buon surrogato per visitare Westminster, il 10 di Downing Street e i club esclusivi della Londra che conta, illudendosi, per una volta, di guardarli dall’interno.
Certo, tutto considerato molto meglio questo delle scipite, inutili operine pseudoletterarie dei nostri altrettanto inutili politici (che invece, se ne fossero capaci, ne avrebbero da raccontare!). Se l’obiettivo di ogni scrittore è quello di portare il lettore a girare una pagina dopo l’altra fino alla fine, il politico Dobbs direi che c’è riuscito.
Michael Dobbs, House of Cards, pp. 441, 14,90 €, Fazi, 2014

Giudizio: 3/5


22.09.2014 1 Commento Feed Stampa