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Stati di grazia di Davide Orecchio

di Enzo Baranelli

copertina davide orecchioUn romanzo miracoloso. Lotta, amori, partenze nell’ultima opera di Davide Orecchio.
La lingua vibra per le assonanze e le ripetizioni, “Stati di grazia” di Davide Orecchio si avvicina a una scrittura musicale. L’apertura è ampia e movimentata dalle camminate di Paride con suo fratello Pietro, o con la sua ombra, e dalle vie che vengono incontro al lettore. Il linguaggio spesso è trattenuto, cadono i verbi e la sintassi scorre come una freccia. Più rapida: “Qui pensato di raccontare la questione del morto che m’era tornata ma zitto“. Il romanzo di Orecchio, tralasciando la vera impostazione, più complessa, descrive se stesso come un diario. E’ un frammento questo, il romanzo è di più di questo. I capitoli, è vero, si aprono con luoghi e date: Enna, 1954. Paride Sanchis è un maestro di scuola e propone un fantasioso elenco di bambini, e l’elenco può strappare un sorriso: “bambini duri o elastici, anisotropi, isotropi, emiedrici e iridescenti, prismatici e rombici”, ma l’elenco volge verso l’oscurità: “bambini neri, sporchi, bambini paura, bambini schiena, bambini nel buio”.
La lingua di Davide Orecchio è ricercata, ma subito comprensibile. Si lavora sui suoni, sugli accostamenti e il significato si mostra tra gli interstizi della scrittura al lettore. L’autore usa anche il pleonasmo, l’eccesso che in pagine così limpide non è un refuso o un errore: è una cadenza del ritmo.
La scrittura usa spesso il participio passato senza un verbo che lo regga, perché si sostiene da solo: “Respirato un’aria più fitta“, non è semplice posa. Un bambino della sua classe, Bartolo, abbandona la scuola per la miseria. E’ alla zolfatara. L’io iniziale è prigioniero di un matrimonio senza dolcezza e di un lavoro in cui i bambini lasciano la classe per lavorare. Paride vuole recuperare il bambino che manca, Bartolo, ma si scontra con un altro elenco, dopo quello dei bambini, l’elenco degli uomini “un tutt’uno di schiene” che escono dalla miniera. Paride osserva. E ascolta “anche il rantolo dell’argano che fa pensare a tutt’altro: porti, battelli che salpano, viaggi che iniziano, addii, gioia, tristezza e ansia, insomma la vita“. Il maestro rivuole il suo alunno, ma è la miniera a prenderselo. “Questo mi spezza“. La parola passa ora a “l’altro Paride”, che è partito per Buenos Aires, nei documenti è sempre Paride Sanchis. In Argentina lavora duramente, come a Enna. L’autore usa una scrittura piena di eventi, non si allontana dalla trama, le nozioni sono precise e comunicate senza deviazioni. L’altro Paride è un racconto in terza persona. Orecchio racconta la fatica e il lavoro di entrambi, e il caldo e la frustrazione di Paride, ancora sotto padroni come in Sicilia. L’autore contrappone il progresso e i macchinari, al potere sulle richieste della manodopera: “la tecnologia – almeno qui – è restaurazione“. Orecchio misura l’indebolirsi della sfida. Nel cambiamento perché nulla cambi, vive un’eco di Tomasi di Lampedusa, come in Paride che è un altro Paride, respira il velato ricordo di Pirandello. Un giorno muore Perón. E’ il 1974. La vedova, la terza moglie, Isabelita, invia al nord i soldati. Nella narrazione le persone iniziano a scomparire, la lingua si fa arida.
È così che l’autore apre una seconda parte, “I testimoni”. Ci sono Aurora e Diego Wilchen, il medico: “Ogni destino s’incastra“. Le parole campeggiano sulla pagina come su un muro. Davide Orecchio orchestra la scrittura per imporre il ritmo, sposta la prospettiva, ma di poco, la storia è organizzata. Muove l’angolazione e il tempo e il luogo del racconto. E’ la prima persona a dare forma, qui, al romanzo. Variando l’autore dà anima viva alla sua opera, trattiene il lettore perché vuole essere ascoltato, e avvince, lega alla pagina. Aurora pensa a Diego Wilchen, ma non vive di ricordi: “Ascolta. Imbracciavo un’arma. Resistevo ai violenti“. Roma. Rosa sdraiata. Amata. Il lavoro per Arturo Coloccini, sgualcito così come apparve vent’anni fa in facoltà a Sociologia. Le poesie e le liste di poeti, gli immortali e i viventi, “conosco solo queste due categorie. I poeti non muoiono mai“. T. S. Eliot, Ezra Pound, Katherine Mansfield, Walt Whitman “che m’aiutò a conquistare Rosa“, Emily Dickinson. Il gruppo di Chicago e Derek Walkott, Sylvia Plath, W. H. Auden, Robert Frost, Dylan Thomas, W. B. Yeats, Anthony McManaman “dai versi immaginifici“. Davide Orecchio è sensibile ai minimi movimenti e accosta Mansfield a Whitman e poi fa dire di un amore saffico. E’ un collegamento dolcissimo e lieve. Aurora parla con Rosa. La realtà che ha vissuto è confusa tra desiderio e fatti. Orecchio getta luce sulle ombre, ma la luce può creare altre ombre. E sulla pagina l’autore fa apparire la continuazione dell’elenco dei poeti di Aurora Marturáno. James Joyce. E. A. Poe. Hilaire Belloc. William Carlos Williams. Lo scrittore di “Stati di grazia” (pp. 309, il Saggiatore, 16 €) non adopera un linguaggio troppo comune e accetta il rischio. Al centro del libro è presente il lungo dialogo tra Aurora e Diego Wilchen a proposito dello zuccherificio da dove Aurora arriva e verso dove Diego vorrebbe andare. Sempre la bilancia pareggia il peso per l’equilibrio della trama.
Davide Orecchio usa uno slittamento tra “io” ed “egli“. Modifica l’angolo della visione e lo fa anche quando deve parlare di Johnny Tossi, esule, portinaio, impiegato. E’ a Roma nel 1977. “Tiene un diario“: i passaggi tra i pronomi sono rapidi. Ricorda la prigione, la celle e le brande. Nello scrivere Davide Orecchio cerca il movimento, cattura il momento, ricorda, parla e fa parlare, descrive e può chiudere in levare o in crescendo: “s’intravede un ritmo, la crescita di un ritmo. Ad ascoltare bene sembra che qualcuno sia felice”.
L’autore si sposta con Johnny Tossi nel tempo. E’ il 1982. Non sceglie a caso e ricorre all’allitterazione: “un cane nero sorveglia la villa, un cancello, una serratura, il rumore della ruggine, la paura del ragazzo; una minestra di fatti, azioni, reazioni con Johnny a ricevere l’abbaio“. Davide Orecchio sventaglia ipotesi, ma poi sceglie un cammino. Molti i possibili destini di Johnny. Uno è quello che viene raccontato “solo e potente” anche se il materasso giace sul lastrico. Sulla bilancia del romanzo i pesi si fronteggiano e la scrittura opera una contrapposizione tre la condizione dell’animo, “solo e potente“, e quella dei fatti, del “materasso sul lastrico”. Quando Davide Orecchio parla del diario di Johnny Tossi dice che lo riempie di politica e l’ha svuotato di femmine, immagini. Un dare e un togliere. Johnny guarda all’Argentina che cammina lenta verso la democrazia, guarda ai processi. “A sinistra i carnefici, a destra le vittime“. Ma lui dove si deve mettere? Si conferma la presenza di uno spazio bianco, dove il personaggio si muove, nuota, gira su se stesso. E’ un flusso di coscienza, è Johnny che parla, franano le parole veloci, ma frana anche un muro. E’ il 1989. Se il cemento cede, qualcosa d’altro si spezza, lo scrittore è osservatore acuto e abbina le corrispondenze. Rimanere, partire per Berlino, “e Berlino era calda“. Arrivare e ripartire, ecco l’autore imporre un equilibrio. Percorre le strade della narrazione, è un fruscio di movimenti, in direzioni opposte. Viene poi creata Matilde Famularo, poetessa e guerrigliera e la si crea sulla pagina. Da un’isola a un subcontinente. La bellezza di “Stati di grazia” è l’intreccio tra personaggi veri e ipotetici, vaporosi. In questa mescolanza l’arte trova la sua forma più pura, aromatica, non è strappando, solo, che si dà la vita. L’irrilevanza del tempo è contenitore di azioni mancate e volontà inespresse “e da qualche parte nel maggio del sessantanove gli studenti protestano sull’asfalto di Corrientes finché uno di loro resta a terra, sparato“. Davide Orecchio unisce gli ingredienti, la dittatura in Argentina e quella subita da Matilde e sgorga un “Quaderno delle delusioni”. La finzione è doppia, serva della vita come l’opera di Matilde Famularo, padrona di parole. Il romanzo è un miracolo di equilibrio e armonia, navigando a vista e “se l’universo potesse parlare, sosterrebbe che non siamo mai esistiti o che in quell’attimo, lui era altrove“. Cita un Patrice Vuillarde, l’autore, e in questa scrittura abbiamo una doppia o tripla finzione. Matilde è una guerrigliera dell’Erp, carica pistole, spara, scrive i quaderni di poesie che un critico, protegge e data e che Matilde stessa declama. Il romanzo è un proiettile, può deviare, ma arriverà. Lo scrittore utilizza il nome di un quaderno di poesie che ha inventato, come titolo del romanzo che ha creato, “Stati di grazia” e dice “dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze“, e descrive, così, la sua opera, il suo racconto. Lo scrittore è umile e per capire Matilde Famularo sale dalle radici sulle zampe di un lombrico fino al ramo più alto dell’albero. Si cambia prospettiva e il linguaggio alterna descrizioni e dialoghi. Usa le similitudini e spiega: è l’autore che parla e che dice. Davide Orecchio fa sfregare i personaggi tra di loro. La metrica accelera, il ritmo si fa sentire forte e vicino al cuore del lettore. La lingua è amalgamata e getta solide fondamenta con scaglie e ossa e carcasse e cantine; lo scrittore prepara l’uscita con soavità e potenza insieme.
Il romanzo svolge la carta dei segreti fino a congiungersi all’inizio: essere o non essere Paride Sanchis? E’ una storia incredibile e vera, nella finzione del racconto dove esiste l’invenzione e il frammento di realtà che esplode in una storia. Davide Orecchio dice “io”, dal mio anonimo io, se stesso. Gioca con la lingua, è serio, acuto, vuole che ascoltiate il suo racconto vibrante come una musica che scuote le mura di ogni cantina o casa. Cosa succede? Ascoltate.
Seguono, come un sipario, l’avvertenza e i documenti dove il passato si modifica. Contempliamo le foto.
Stati di grazia è un bacio al mondo, un pulsare di medusa, dolcezza dell’onda e sciabolata urticante.

Davide Orecchio, “Stati di grazia“. pp. 309, 16 €, il Saggiatore, 2014
Giudizio: 5/5

Dedico questa mia recensione di “Stati di grazia” al Prof. Francesco Miulli, insegnante di Italiano, Greco, Latino e Storia.


9.07.2014 Commenta Feed Stampa