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La nostalgia felice di Amélie Nothomb

di Chiara Condò

la-nostL’ultimo libro di Amélie Nothomb è il ritorno a un Eden vagheggiato per sedici anni. Figlia di un diplomatico belga di stanza a Kobe, la scrittrice ha riproposto l’ esperienza giapponese nei libri che compongono la sua autobiografia, tutti editi da Voland: Stupori e tremori (2001), Metafisica dei tubi (2002) e Né di Eva né di Adamo (2008 ). Ma è con La nostalgia felice che il passato della scrittrice si riconcilia con il suo presente, all’insegna del sentimento malinconico e lieto di cui il titolo è l’emblema.
Pensato quasi come un arcipelago di isole felici, il Giappone di Amélie Nothomb “contiene gli ingredienti indispensabili agli amori mitici: incontro abbagliante nel corso della prima infanzia, sradicamento, lutto, nostalgia, nuovo incontro all’età di vent’anni, tresca, relazione appassionata, scoperte, peripezie, ambiguità, unione, fuga, perdono, strascichi.” E sembra quasi che siano soprattutto questi ultimi a riportarla lì dove le sue relazioni erano state interrotte, testando, al contempo, la sua capacità di far fronte alla se stessa di molti anni fa.
La Nothomb è seguita nel suo viaggio da una troupe francese, incaricata di riprendere l’esperienza per conto di un canale televisivo, finanziatore del viaggio. L’occhio della telecamera la segue, a volte non troppo discretamente, e la scrittrice non manca di interrogarsi sull’utilità della lente fissa su di lei. “Che cosa può percepire una telecamera di quello che sta succedendo dentro di me? Può captare i sommovimenti sulla superficie del lago. Io rimango nelle mie grandi profondità, là dove non arriva mai nessuna luce”.
Eppure il vuoto di senso e la cancellazione del passato l’attendono proprio dove è più fragile: molti sono i punti in cui la sua scrittura cede, si appiattisce e banalizza un’epifania che tradisce ogni attesa. Così l’incontro con Nishio-san, la balia della sua infanzia, è dettato dalle fretta di un programma precisato punto per punto, e la descrizione dell’ex fidanzato Rinri lo rende troppo simile a un giapponese qualunque. Il libro è anche una riflessione sulla terminologia del sentimento che viene declinato al suo interno: “Natsukashii definisce la nostalgia felice, l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza”. Spesso il giapponese della scrittrice è carente e infantile, e l’ostacolo linguistico si fa barriera emotiva, ostacolo all’immedesimazione e al ricongiungimento. C’è l’impressione che con la serialità la penna della Nothomb perda di forza e di originalità, favorendo proprio quel “vuoto di senso” da cui cerca di difendersi.
In conclusione, La nostalgia felice è un libro trascurabile, ma consigliato ai completisti; al suo interno Amélie Nothomb si riappropria della sua memoria senza tratti eroici, ma con l’umanità di una persona in balia delle proprie emozioni e reazioni – anche quelle più inspiegabili e inattese.

Giudizio: 3/5
Amélie Nothomb, “La nostalgia felice”, traduzione di Monica Capuani, pp. 118, €14, Voland, 2014


28.05.2014 Commenta Feed Stampa