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Il corpo in cui sono nata di Guadalupe Nettel

di Danilo Cucuzzo

Il corpo in cui sono nata di Guadalupe NettelSdraiata sul lettino dello studio della dottoressa Sazlavski – la quale non può non riportare alla memoria il mitico dottor Spielvogel al quale Roth/Portnoy rivolse il proprio lamento – la protagonista nonché voce narrante del romanzo (sarebbe più appropriato dire dell’autofiction) racconta della propria infanzia vissuta da bambina/ragazza diversa. Nata con una macchia nel bel mezzo dell’iride dell’occhio destro, l’autrice fu costretta per anni a indossare un cerotto color pelle davanti a quell’occhio, oltre che ad assumere delle gocce e a fare – su imposizione della madre – dei particolari esercizi che un domani, quando fosse cresciuta e la scienza medica avesse fatto quei passi in avanti che sempre ci si aspetta che faccia, l’avrebbero preparata al meglio per affrontare quell’intervento chirurgico in grado di donarle l’agognata normalità.

Nata in una famiglia benestante e progressista, la ragazzina visse a Città del Messico in quegli anni ’70 nei quali sembrava che le vecchie convenzioni sociali fossero sul punto di essere scardinate per sempre. I suoi genitori, convinti sostenitori del nuovo e rivoluzionario modo di intendere la società e i rapporti interpersonali, la iscrissero a una scuola Montessori, le dicevano sempre la verità e le parlavano di sesso e di marijuana con estrema naturalezza, senza rendersi conto di quanto la mettessero a disagio. Dopo aver provato a fare i liberali fino in fondo, spingendosi fino a sperimentare la coppia aperta, i due finirono per separarsi. Da lì scaturirono alcuni cambiamenti che sconvolsero ancora di più l’infanzia della futura scrittrice messicana che, sebbene non fosse più costretta a dover indossare il cerotto che la rendeva una specie di pirata, dovette confrontarsi con un padre assente (le raccontavano che si trovasse a San Diego per non meglio specificati affari), e con la madre che prima provò ad andare a vivere insieme ai figli in una comune hippy nello Stato di Sonora e poi si trasferì in Francia per proseguire gli studi. La piccola, dapprima rimase insieme al fratellino in Messico con la nonna materna – una specie di sergente istruttore – e poi raggiunse la madre ad Aix-en-Provence, dove, abitando in una balieu ebbe modo di conoscere e confrontarsi con altri giovani emarginati come lei.

L’impressione, leggendo il romanzo/autofiction di Guadalupe Nettel, è che l’autrice abbia dovuto scriverlo per fare i conti con se stessa. Ricordare le infinite partite a calcio giocate con i ragazzi del quartiere per sfogare la rabbia che sentiva esploderle dentro, la bambina cilena del palazzo di fronte che si diede fuoco, la vita da immigrata in Francia, la scoperta dell’altro sesso e il suo sentirsi del tutto insignificante per via di una immobilizzante timidezza e di quell’occhio che se ne andava per conto suo, lo spaventoso terremoto che colpì la sua città mentre si trovava a migliaia di chilometri di distanza, il rapporto conflittuale con la madre; tutto ciò è servito alla Nettel come una vera e propria seduta fiume di autoanalisi che, alla fine, le ha donato quella serenità e quella forza necessarie per accettarsi e per rendersi conto che, in fondo, il corpo in cui siamo nati non è altro che una specie di veicolo soggetto a guasti e a deterioramenti lungo il periglioso cammino della vita nel quale, purtroppo, dobbiamo viaggiare da soli e senza navigatore.

Guadalupe Nettel, “Il corpo in cui sono nata”, (traduzione di Federica Niola), pp. 160, € 17,00, Einaudi, 2014

Giudizio: 4/5


2.05.2014 Commenta Feed Stampa