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Il figlio di Philipp Meyer

di Danilo Cucuzzo

Il figlio - Phillipp MeyerOgni scrittore a stelle e strisce che si rispetti, trascorre la propria esistenza all’inseguimento del “grande romanzo americano”. Philipp Meyer, scrivendo “Il figlio”, sembra averlo, in parte, catturato. Come altri grandi della letteratura statunitense prima di lui, Meyer ha raggiunto lo scopo lasciando la storia libera di raccontarsi, senza interventi tendenti a un politically correct che finisce spesso per sconfinare in un convenzionalismo ipocrita.

Il figlio” parla dell’epopea di una famiglia texana e lo fa prendendo in esame, in modo particolare, tre dei suoi membri. Si parte dal Colonnello Eli McCullough – personaggio straordinario -, capostipite della famiglia, il quale ormai centenario racconta in prima persona la sua esistenza, soffermandosi molto sugli anni trascorsi con i Comanche, che trucidarono davanti ai suoi occhi la sua famiglia. Ritornato alla vita “civilizzata” e incapace di adattarvisi. Eli fu dapprima cacciatore di scalpi nelle fila dei Ranger del Texas e poi ufficiale dell’esercito Confederato durante la Guerra di Secessione. Terminato il conflitto, il Colonnello capì finalmente quale sarebbe stato il proprio destino: avrebbe intrapreso l’attività di allevatore e si sarebbe espanso fino a primeggiare per ricchezza e potere. Nessuno avrebbe dovuto frapporsi fra lui e il suo destino. Il romanzo narra poi la vita di Peter, figlio del Colonnello. Da sempre “pecora nera” della famiglia, Peter lascia dei diari nei quali confessa tutto il proprio sentirsi inadeguato e profondamente diverso dal padre e dai fratelli. Egli non possiede la loro innata sicurezza, Peter non avverte l’ineluttabilità del proprio destino e crede fermamente nella possibilità di scegliere. Infine, “Il figlio” racconta la vita di Jeanne Anne, pronipote del Colonnello, la quale rimasta orfana a vent’anni, con coraggio e determinazione assume la guida delle attività di famiglia e completa la transizione – già iniziata molti anni prima dal bisnonno – dai pascoli ai pozzi, dall’allevamento di bestiame all’estrazione del petrolio. Sotto il suo comando, la famiglia McCullough raggiungerà l’apice del successo economico. Jeanne Anne, che aveva avuto modo di conoscere e di amare il bisnonno, altro non è se non la versione femminile di quest’ultimo. Anche lei è convinta dell’ineluttabilità del proprio destino e di quello della propria famiglia, irrimediabilmente destinata alla grandezza.280px-Petroliere-DayLewis

Nella storia dei McCullough vi è un episodio che ne avrebbe per sempre alterato il percorso. Nel 1915  Peter cavalcò insieme ai figli e ad altri cowboys all’inseguimento di alcuni ladri di bestiame. Nel corso della sparatoria che ne seguì, Glen, figlio di Peter, rimase lievemente ferito. Il ragazzo giurò di aver riconosciuto negli uomini che gli avevano sparato i generi di Pedro Garcia, il loro vicino. A nulla servirono i tentativi volti alla ragionevolezza esposti da Peter. Il Colonnello si pose alla guida di una squadra di bravi uomini del Texas, i quali si presentarono davanti alla tenuta dei Garcia per chiedere la testa dei due generi di Pedro. Quando quest’ultimo uscì sul patio di casa per rassicurare gli yankee sul fatto che i generi non fossero in casa, si vide raggiungere dal fuoco delle armi. I Texani, per lo sconforto di Peter, fecero irruzione nella tenuta del patriarca messicano e trucidarono tutti coloro che si trovarono davanti, donne e bambini compresi. Non trascorse molto tempo prima che quelle terre, appartenute ai Garcia da centinaia di anni, passarono nelle mani del Colonnello e dei McCullough. Il Colonnello sapeva di aver fatto soltanto ciò che andava fatto. Peter, al contrario, non si perdonò mai la propria incapacità di evitare la mattanza. Jeanne Anne, venuta a conoscenza della verità dopo aver letto i diari di nonno Peter, preferì far finta di non averla mai appresa e continuò sino alla fine dei suoi giorni a tenere per buona la storia “ufficiale”, secondo la quale i texani avevano reagito ai soprusi perpetrati dai messicani.

Le implicazioni morali e l’equidistanza con la quale l’autore affronta la storia dei McCullough, del Texas e degli Stati Uniti (indiani compresi – mai dipinti come “buoni” o “cattivi”) rendono impossibile catalogare “Il figlio” come western. Questo romanzo ha un respiro così ampio da non poter essere inserito in un solo genere e al suo interno vi sono troppi elementi di riflessione per poterlo considerare un libro d’avventura; “Il figlio”, come accennato all’inizio, è un frammento del grande romanzo americano e, come tutti i grandi romanzi, presenta più livelli di lettura. Gli accostamenti ai maestri della letteratura sono sempre complessi e pericolosi, ma, dopo aver letto l’ultimo lavoro di Philipp Meyer, è naturale pensare che lo scrittore di Baltimora si sia incamminato lungo quel sentiero sul quale hanno lasciato le loro impronte autori come John Steinbeck, William Faulkner e, più recentemente, Cormac McCarthy.

Philipp Meyer, “Il figlio, (traduzione di Cristiana Mennella), pp. 553, 20 €, Einaudi, 2014

Giudizio: 5/5


9.04.2014 Commenta Feed Stampa