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La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Daniele Cohen

francesco Pecoraro la vita in tempo di paceLeggendo La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, potreste imbattervi in uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi due decenni, o giù di lì.  Settant’anni  percorsi a ritroso dal 2015 al dopoguerra  vissuti e raccontati dall’ingegnere Ivo Brandani; uno che un tempo avrebbe forse preferito fare il Pescatore Greco, il Casellante in Nuova Zelanda, il Portalettere in Irlanda o essere il Guardiano del Faro chissà dove, e invece è diventato un  filosofo fallito e un ingegnere strutturista che non ha mai progettato niente. Partendo da un viaggio di ritorno dall’Egitto nel 2015  il sessantanovenne Ivo Brandani  ripercorrere la sua esistenza di  piccolo borghese,  la decadenza degli anni Duemila, le ipocrisie, i soprusi, la burocrazia, le lotte studentesche dei fine anni Sessanta, i sogni infranti,  gli amori adolescenziali, la consapevolezza  nel presente d’esser ormai giunto all’orizzonte sessuale di chicchessia,  il barbarismo del dopoguerra. Lo fa utilizzando un linguaggio rabbioso, cupo,  violento,  onirico, nostalgico e lucido allo stesso tempo.  Intelligente e colto nel modo giusto, come direbbe un personaggio del romanzo: “Quell’intelligenza senza l’esibizione della conoscenza che intimidisce, infastidisce e si trasforma in stupidità“. Pieno di divagazioni avvincenti e curiose,  di ironia pungente e di attacchi torrenziali agli scempi commessi dalle ultime generazioni. Romanzo di storie e memorie raccontate dall’inspiegabile caduta di Bizanzio alle evoluzioni progettuali ed estetiche dell’aviazione militare; dallo scaricabarile dei politici durante una settimana di pioggia catastrofica su Roma (qui, nominata “la città di Dio“, ma facilmente riconoscibile) a una riflessione sui crolli degli edifici moderni come le Torri gemelle, apparentemente solide, lucenti, che crollando diventarono un masso informe e irriconoscibile da ciò che erano. Al contrario dei resti antichi, pezzi autonomi con una dignità e una compiutezza formale riconoscibile a distanza di millenni: basi, capitelli, rocchi di colonne, architravi… Romanzo di pietà e di contraddizioni; apocalittico, terminale, schiettamente pessimista,  tracimante passioni infelici e disillusioni definitive. Ambientato in un periodo di pace che è solo una  guerra senza eroi, “combattuta a botte di cocaina, di alcol, di anti-depressivi, di ansiolitici, di sigarette strafumate”. Che si conclude addolcendosi nel periodo della “sanguinosa infanzia” del Brandani, che per 600 pagine si rivolge alla figura paterna come a un tiranno che non ha mai amato, ma che alla fine, (o dopo la fine), forse finalmente perdonerà in un commosso “non-ricordo”. Una dolcezza che è solo un barbaglio, però, a far da contraltare al suo presente triste, spento e irrimediabile. Un brulichio di vita prima dell’oscurità. Perché Brandani, è finito ormai. E’ tornato a essere quella cosa lontana e ultraperiferica che era alla nascita. E’ fuori da tutto, adesso. O peggio ancora:  il fatto è che è già morto. Brandani. Non Pecoraro, per fortuna, che ha scritto una straordinaria opera d’esordio destinata  in un futuro alternativo più saggio e giusto del nostro, a vincere il prossimo premio Strega e a diventare un piccolo classico.

Francesco Pecoraro , “La vita in tempo di pace“, pp. 509, 16,80 €, Ponte alle Grazie, 2013.

Giudizio:  5/5.


18.03.2014 1 Commento Feed Stampa