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Ma la divisa di un altro colore di Pietro Neglie

di Danilo Cucuzzo

ma la divisa di un altro coloreCarlo è già un veterano quando Antonio arriva al fronte. Insieme combattono e sopravvivono all’orrore e alla crudeltà inaudita della Prima Guerra Mondiale. La vita fatta di paure e privazioni e puzzo di sangue della trincea li avvicina fino a farli diventare amici per la pelle, nonostante Carlo sapesse per esperienza personale quanto fosse sconsigliabile affezionarsi a qualcuno in quell’inferno.

A guerra finita, Carlo se ne torna nella sua amata Roma, riprende a lavorare come elettricista, conosce una ragazza e mette su famiglia. Antonio fa ritorno nella sua campagna friulana, con il desiderio di riprendere a lavorare la terra che, stando alle promesse, sarebbe stata assegnata alla sua famiglia; o meglio, a ciò che ne restava. Durante la ritirata seguita alla disfatta di Caporetto, infatti, circa la metà dei famigliari di Antonio persero la vita.

I due ragazzi rimangono in contatto tramite posta ed è proprio da una lettera che Carlo apprende dell’uccisione del padre di Antonio per mano delle camicie nere e dell’intenzione/necessità dell’amico di rifugiarsi in Francia per non fare la stessa fine del padre. Lui, Carlo, ha sempre meno lavoro e sente sempre più montargli dentro la rabbia dovuta a quegli italiani che dopo essersi imboscati, hanno tirato fuori la testa soltanto per criticare coloro che erano andati a difendere la patria mettendo repentaglio la loro stessa vita.

Senza saperlo, i due amici prendono due strade distinte e separate: Carlo crede fermamente nel fascismo e nel Duce, Antonio vede nel socialismo l’unico mezzo possibile per raggiungere davvero quella giustizia sociale soltanto promessa dai neri.

Attraverso le storie particolari di questi due giovani uomini, Pietro Neglie, con il rigore dello storico e una prosa accattivante, racconta quasi mezzo secolo di storia italiana (e non solo) senza cadere nel trappolone ‒ sempre in agguato in questi casi ‒ di prendere una parte piuttosto che un’altra. Seguendo le vicissitudini personali dei due protagonisti, l’autore, dopo averci portato a trascorrere notti interminabili nel gelo delle trincee, ci conduce in Spagna, dentro quella guerra civile che, oltre a tutto il resto, fu anche prova generale e lugubre antipasto del secondo conflitto mondiale. Carlo combatte in una brigata inviata dal Duce in soccorso di Franco, mentre Antonio rischia la vita nelle fila di una di quelle brigate internazionali che, quando le cose si misero male e la sconfitta apparve inevitabile, furono lasciate a loro stesse da una comunità internazionale combattuta fra la necessità di affermare la democrazia da una parte e la paura di indisporre Hitler, sempre più spauracchio dell’Europa intera, dall’altra.

Ancora su fronti opposti combatteranno la guerra civile italiana ‒ repubblichino Carlo e partigiano Antonio ‒; fino a quando, dopo circa trent’anni, si rincontreranno per caso a Roma durante un comizio politico ben presto trasformatosi in una confusa resa dei conti.

Pietro Neglie non si preoccupa di stabilire chi dei due visse da giusto e chi impugnò le armi per difendere la causa sbagliata. L’unica preoccupazione dell’autore è stata quella di esporre i freddi fatti attraverso il calore di due esistenze comuni, per mezzo di due vite che, probabilmente, in condizioni differenti, avrebbero potuto prendere strade diverse da quelle che presero e che, inevitabilmente, ne condizionarono il percorso.

Pietro Neglie, “Ma la divisa di un altro colore”, pp. 506, € 14,90, Fazi Editore, 2013

Giudizio: 4/5


6.03.2014 2 Commenti Feed Stampa