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Il libro dell’inverno di Tove Jansson

di Chiara Condò

imagesÈ sicuramente l’inverno la stagione che più si addice ad Iperborea, la casa editrice italiana che, da più di venticinque anni, si occupa di letterature nordiche. Proseguendo con una tradizione inaugurata negli ultimi mesi del 2012 con Selma Lagerlöf, le festività invernali vengono  celebrate con una pubblicazione a tema di Tove Jansson, scrittrice finlandese di lingua svedese, già amatissima dal pubblico italiano.  Curato con l’attenzione editoriale a cui Iperborea ci ha abituati e con l’aggiunta di illustrazioni semplici e azzeccate, “Il libro dell’inverno” riprende la selezione di racconti dell’edizione inglese, pubblicata nel 2006 da Sort of Books, con il nome di “A Winter Book”.
Il titolo fa quasi da contraltare al più famoso “Il libro dell’estate”, opera della Jansson nella quale venivano raccontate le avventure estive di una ragazzina e sua nonna. Quello che lì si intuiva viene qui esplicitato: “Il libro dell’inverno” è una raccolta palesemente autobiografica, in cui i dolci misteri della stagione vengono declinati con una scrittura testarda e autosufficiente. Una prosa che a volte preferisce non spiegarsi, per seguire piuttosto l’andamento di una concentrazione pronta a farsi distogliere da tutto ciò che si muove, proprio come avviene nell’infanzia. Abitato da un papà scultore e una mamma pittrice, il mondo invernale della Jansson è lontano dall’essere bianco e monotono: i personaggi che lo affollano sono molti, e ognuno porta la sua personale nota di colore all’interno di una raccolta pur non sempre omogenea nella qualità.

A una Jansson bambina spesso corrisponde una maturità inattesa, nascosta tra le pieghe di una situazione paradossale o un discorso tutto infantile. Come nel racconto “L’iceberg” che si chiude con il rimorso di non aver avuto abbastanza coraggio nel portare a termine l’avventura quotidiana: “Ma io comunque ero stata vigliacca, vigliacca per circa cinque centimetri. Me lo sentivo nella pancia”. E ancora una nota adulta compare nel complicarsi di un sentimento, come nel racconto “Jeremiah”, in cui la Jansson non sa rassegnarsi alla perdita dell’esclusività su una persona. “Sapevo che il divertimento era finito e che non sarebbe mai più tornato, ma li seguivo comunque. Non potevo farne a meno, tutti i santi giorni fino a sera, e mi portavo anche da mangiare. Ma non ci scambiavamo più i panini. Mangiavamo ognuno per conto suo seduti tutti alla stessa distanza l’uno dall’altro. Nessuno di noi apriva bocca”. L’impressione che se ne ricava è proprio quella di un allontanamento irrimediabile dall’età felice dell’infanzia, rappresentato al meglio dal racconto “Natale”, probabilmente il migliore tra quelli proposti, in cui casa Jansson è raccontata con un’intimità sommessa: “Più si è piccoli, più il Natale è grande. Sotto l’abete il Natale è enorme, è una giungla verde con mele rosse e angeli malinconici che girano su se stessi appesi ai loro fili e sorvegliano l’ingresso della foresta vergine. E la foresta vergine continua all’infinito dentro le palle di vetro, il Natale è una sicurezza assoluta grazie all’albero”.
La raccolta si chiude con incursioni sempre più frequenti nella vita di Tove Jansson; la sezione Messaggi è anche, in un certo senso, il posto in cui la scrittrice permette al lettore di esprimersi nella maniera più diretta possibile, proprio come avrebbe fatto lei stessa da bambina. Scrive uno di loro: “Salve, mi chiamo Olavi. Sei brava a scrivere ma l’ultima volta non hai messo il lieto fine. Perché fai queste cose?”


Tove Jansson
, “Il libro dell’inverno”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, pp. 146, €13, Iperborea, 2013

Giudizio: 3/5


19.02.2014 2 Commenti Feed Stampa