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Il segreto di Joe Gould di Joseph Mitchell

Joe Gould [1]Dal 1942 (con un titolo diverso) al ’64 passando per l’edizione italiana del 1994, è tornato da qualche tempo in libreria per Adelphi “Il segreto di Joe Gould [1]“. Dalle parole di Joseph Mitchell: “Joe si vanta con un pizzico d’ironia d’essere l’ultimo dei boehémien. La sua vita, però, è tutt’altro che spensierata; Gould è afflitto dalle tre S: stomaco vuoto, sbornie e senzatetto“. Frasi che possono essere state scritte nel 1942 o ieri, quelle del racconto de “Il professor Gabbiano“, nome dato dai camerieri all’irruento Joe Gould, e usato da Joseph Mitcthell come titolo della prima versione apparsa su un numero del New Yorker del 1942. Questo testo, ora, come fosse un riassunto, apre il piccolo volume dell’Adelphi. Senza denti e calvo, Joe porta i pochi capelli rimasti arruffati sulla nuca, cammina ricurvo, con gli occhi spiritati di chi abbia letto troppo e troppo a lungo, e anche nel Village si voltano a guardarlo, mentre corre trai marciapiedi o mentre stringe sotto il braccio la sua cartella. Il nostro Gould dedica due ore della giornata alla sua opera, “Una storia orale del nostro tempo“, l’ha iniziata “ventisei anni fa, ma il libro è tutt’altro che prossimo alla fine“. La “Storia orale” è lo scopo della sua vita e con un lavoro regolare non troverebbe mai il tempo per scrivere; il giorno in cui riuscì ad allungare questa enorme opera di ben undicimila parole, pensò: “non c’era a New York un banchiere più felice di me“. Gould è originario di Norwood, un sobborgo di Boston. La madre lo avrebbe voluto medico, ma Joe seguì le sue passioni e nel 1914 “Gould lasciò di stucco la sua famiglia annunciando di voler passare la sua vita a raccogliere fondi per la liberazione dell’Albania, ispirato dalla conoscenza di un archimandrita della Chiesa ortodossa“. Pur avendo una pessima opinione di scrittori e poeti (gli altri), Gould partecipa spesso agli eventi del Greenwich Village. In una serata dedicata alla poesia religiosa, “ecco cosa ha recitato: D’inverno son buddhista / d’estate son nudista“. L’organizzatore pensò a una presa in giro.

Il breve profilo iniziale del 1942 si chiude con l’ode, “Il Gabbiano“: in poche pagine, Joseph Mitchell creò un piccolo capolavoro che, infatti, nel 1964 trasformò ne “Il segreto di Joe Gould“, ovvero un rielaborato approfondimento (110 pagine contro le 25 iniziali, circa), e insieme un omaggio al tempo passato e agli eclettici boehémien ormai scomparsi. Nel nuovo racconto la voce narrante è un redattore del New Yorker, e lo vediamo rappresentarsi proprio nell’impresa di scrivere un profilo di Gould per il giornale. Quando il nostro narratore conobbe Joe era il 1932, lui un giovane cronista, e Gould era semplicemente “Joe Gould”. Venne introdotto alla presenza del bizzarro “professor Gabbiano” dal gestore del bar che aiutava Joe a tirare avanti con gli avanzi lasciati dai clienti. Alla fine degli anni Trenta, vi fu poi il trasferimento del giovane cronista al prestigioso New Yorker e le sue frequentazioni con Gould divennero meno sporadiche. Inizia il lungo racconto su Joe Gould, dalla sua nascita all’arrivo a New York. “Avevo l’idea di trovarmi un lavoro come critico teatrale, perché così, mi sarebbe rimasto tempo per scrivere romanzi, commedie, poesie, ballate, saggi, e magari qualche articolo scientifico su questioni genetiche“. Da queste aspettative enciclopediche, perfettamente in linea con il professore Gabbiano che abbiamo conosciuto nel profilo iniziale, Joe Gould dovette passare a qualcosa che ha il suono più che del compromesso di una rassegnata sconfitta: “alla fine riuscii ad ottenere un lavoro all’Evening Mall, una via di mezzo tra il fattorino e l’aiuto cronista“. Questa situazione deprimente trova una sorta di luce grazie a quanto letto in un’introduzione di William Butler Yeats: “la storia di una nazione risiede in ciò che si dice nei giorni di fiera e nei giorni di festa, e nel modo in cui si parla lavorando i campi, e si bisticcia, o si va in pellegrinaggio“. Ecco nascere l’idea della “Storia orale“. D’ora in poi Joe Gould andrà in giro per la città ascoltando cosa dice la gente e come lo dice. “Scriverò tutto, tutto quanto mi fosse sembrato rivelatore e senza preoccuparmi che ad altri ciò potesse risultare noioso o stupido o volgare od osceno“. Gli articoli pubblicati da Gould su varie riviste lasciarono, però, perplesso l’editor del New Yorker. “Non vedevo alcuna relazione tra gli articoli e la Storia orale descrittami da Gould. Non vi erano conversazioni o chiacchiere, i suoi pezzi apparivano come brevi saggi, ma tuttavia sconclusionati“. Joseph Mitchell gioca molto bene questo snodo della sua partita con il lettore, avanza piccoli dubbi e lo fa in maniera precisa, ma allo stesso tempo indiretta. A questo punto l’autore ingloba nel racconto quello che scrisse in precedenza, e che, fuori dalla finzione, corrisponde all’esatta cronologia degli eventi: “il profilo di Gould uscì nel 1942 sul New Yorker con il titolo ʿIl professor Gabbianoʾ“. E “Il segreto di Joe Gould” procede così, con episodi quotidiani della relazione tra l’editor, e voce narrante del racconto, e l’estroso e irruento Joe Gould, oppure con momenti fondamentali della storia (si veda la “rivelazione” di pagina 126) che sarebbe scorretto svelare al lettore.

Quello che Joe Gould disse della sua “Storia orale” nella finzione, è vero per quanto ha scritto Joseph Mitchell nella realtà: “Certe parti vivranno almeno quanto la lingua inglese“.

Joseph Mitchell, “Il segreto di Joe Gould“, (ed. or. 1942 e 1964 – trad. di G. Bona), pp. 150, 10 €, Adelphi 1994 e 2013.

Giudizio: 5/5