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Come fratelli di Andrea Carraro

Come fratelli di Andrea Carraro [1]Andrea e Dario sono molto amici: pur partendo da basi diverse (Andrea da una vaga tensione civile, Dario da un anelito religioso) , nonostante indoli opposte (carismatica e nello stesso tempo schiva, per il primo; esuberante e intemperante, per il secondo ), si ritrovano accomunati da un’esistenza fragile e incerta, fatta di travestimenti e aspirazioni confuse, di smanie che non trovano mai un approdo.  Andrea Carraro, raccontandoci la profonda amicizia tra Andrea e Dario, ci lascia intravedere, in trasparenza, i fatti e le idee dell’ultimo scorcio del Novecento, consegnati alla cronaca prima e alla Storia poi, ma esauriti nella loro stessa narrazione. E lo fa raccontandoci le varie età dei due amici. La loro gioventù si caratterizza per l’adesione a modelli sociali simil-delinquenziali; somigliano a dei piccoli mostri del Circeo, ma non sono intimamente altrettanto cattivi, in quanto si limitano a collezionare solo piccole scaramucce da teppaglia di terz’ordine, più che altro facendosi del male a vicenda con crudeli dispetti; la prima età adulta sfugge loro di mano, non trovano nell’università una sponda certa, un perimetro all’interno del quale placare le proprie inquietudini; l’età matura, infine, li coglie distanti: quasi rassegnato Andrea; ancora alla ricerca disperata di un senso, Dario. Spesso Carraro è accostato a Pasolini, per la sua lingua mimetica, interessata alla quotidianità più schietta e grezza, ma anche per una visione dolorosa dell’esistenza, frutto di uno iato tra l’identità delle vite ordinarie e il contenitore sfavillante fornito dalla società post-industriale giunta al suo stadio finale. Ma Carraro, al contrario di Pasolini, scrive in una fase storica nella quale sembrerebbe non esserci più spazio per una contestazione del processo di imborghesimento del proletariato, per una denuncia degli effetti omologanti dei mass-media e per la lotta di classe. Così, mentre i proletari di Pasolini incarnavano comunque una possibilità rivoluzionaria, uno scarto e uno scatto rispetto all’omologazione della società industrializzata e mediatica, i personaggi di Carraro, vivendo nella fase finale del processo di industrializzazione, in quel brodo terminale profetizzato da Pasolini (“l’odierna devastazione del senso causata dall’assolutizzazione di un potere senza più schermi”, come ci ricorda Marco Revelli), non possono fare altro che prendere atto dello stato delle cose, rassegnandosi o impazzendo. Infatti Andrea e Dario, nella loro battaglia esistenziale, scomposta e disperata, imboccano quelle che Carraro sembra prospettarci come le uniche strade possibili: ad Andrea non resterà che guardarsi vivere e narrare le vicissitudini di Dario; quest’ultimo diventerà un santone televisivo, nel disperato ed estremo tentativo di dare una forma, seppur parossistica, iperbolica, al suo bisogno di senso. Ma è difficile trovarlo, un senso, se non, sembrano suggerirci i due amici, nell’estremo gesto tragico e assoluto che un essere umano possa compiere.”Ho fatto quello che potevo“, sarà il testamento di Dario, che Andrea potrà solo raccontare. Carraro ci fa stare gomito a gomito con i suoi personaggi, con una narrazione dal basso, ad altezza d’uomo, facendo ricorso ad artifici linguistici che riproducono l’immediatezza della comunicazione orale, per portarci forse dentro noi stessi, stremati rappresentanti di questo tardo occidente.

Andrea Carraro, “Come fratelli”, pp. 256, Euro 16,90, Barbera Editore [2], 2013

Giudizio: 5/5