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Ian McEwan, Miele

di Elisa Bolchi

MieleA Serena Frome, lettrice incredibilmente vorace che ci narra la propria storia in “Miele“, non piacciono i romanzi di moda negli anni ’60. Quei giochi dello scrittore che strizza l’occhio al lettore, quei libri nei libri, non le piacciono i riferimenti metanarrativi, la storia nella storia, la mise-en-abyme. Le piace estraniarsi, leggere per ritrovarsi nei personaggi e rubando le loro storie vivere vite alternative. In fondo non è una letterata ma solo una lettrice veloce, capace di divorare centinaia di pagine in poche ore.
Si presenta a noi per raccontarci la sua storia all’MI5, i servizi segreti per i quali ha lavorato 18 mesi prima che la situazione crollasse inesorabilmente. Nelle prime pagine parla di sé come una spia, come qualcuno di cui ne scopriremo delle belle, ma poi ci troviamo per lo più a leggere dei suoi rapporti amorosi con vari uomini, di amori e rapporti più o meno soddisfacenti con individui più o meno maturi fino ad arrivare alla storia più importante, che si intreccia col suo lavoro, e che porterà alla catastrofe, al dénouement e al chiarimento dei fatti.
Tutto qui? Parrebbe. Se non fosse che in questa narrazione un po’ leggera, un po’ insolita, adolescenziale, a tratti, McEwan vuole senz’altro dire dell’altro.
Quando uno scrittore ha già avuto modo di mostrare tutto il proprio talento non gli resta che una cosa da fare: far parlare altri. Hanno notato in molti critici come fosse dai tempi di “Espiazione” che McEwan non scriveva un romanzo narrato in prima persona da una donna. Ma se quando Briony scrive “Espiazione” è ormai una vecchia, affermata e riconosciuta scrittrice in punto di morte, quando Serena Frome ci racconta la sua storia non lo fa da scrittrice, da letterata, ma da normale ragazza, avida di lettura e con un presunto talento in matematica che la porta a laurearsi a Cambridge in una materia che non ama, e che per lei resterà in gran parte oscura.
Lo stile con cui Serena si racconta è insolito nei romanzi di McEwan, sembra quasi stonato, perché non è ricercato, non ci sono quelle analisi psicologiche, quelle descrizioni vivide e tratteggiate cui siamo abituati. Tutto sembra rimanere in superficie ma, con la scusa di un rapporto con un professore più vecchio, tanta storia e tanta letteratura alta entrano prepotentemente nel romanzo. Tanti riferimenti che una ragazza come Serena, da sola, non potrebbe conoscere, ma che invece permettono al lettore di porsi delle domande, di assumere uno spirito critico nei confronti degli autori che scorrono sotto il suo naso. Soprattutto quando Serena entra a far parte dell’operazione segreta “Miele”, che finanzia scrittori affinché questi scrivano autonomamente e in modo indipendente ciò che il governo vuole si dica e si pensi. Un salto mortale nella critica letteraria attraverso il quale McEwan mostra come nessun pensiero possa essere indipendente, come tutta la letteratura sia condizionata da ciò che il cosiddetto ‘establishment’ vuole si pensi. Un tema che aveva già sviscerato in Sabato, mostrando come il condizionamento sia ormai a tanti e tali livelli da mutare l’essere umano stesso, che quindi non pensa più autonomamente poiché non ha più modo di farlo.
Ecco che allora tutti questi sottintesi, questi riferimenti, questi giochi metaletterari raccontati come se si stesse parlando d’altro, come se ci si stesse occupando d’altro, sono lì a farci riflettere. E tutto il romanzo muta la prospettiva in un ultimo colpo di scena cui in realtà McEwan ci preparava da parecchio, con i riferimenti ad autori come John Fowles, a quella letteratura che a Serena non piace ma che è quella che si scrive in pieno postmodernismo e con quei rimandi che parevano a volte troppo per la mente di Serena, che è in gamba ma non geniale come ci aveva fatto credere all’inizio.
Il colpo di scena cui McEwan ci conduce per mano è quindi un ordito evidente, che egli ha voluto mostrare così che quello che voleva essere un romanzo di spionaggio, che si rivela poi un romanzo d’amore, come quelli che leggeva avidamente Serena prima dell’indottrinamento del Prof. Cunning, sia in realtà un romanzo sul romanzo, un romanzo sulla scrittura, sul flusso dei pensieri, sull’atto creativo e la distribuzione (non mancano sardonici riferimenti a noti premi letterari, fra cui il famoso Booker che McEwan ha vinto ben sei volte).
Da un artista come McEwan, oggi considerato tra i migliori scrittori viventi, ormai annoverato come un classico nelle antologie, studiato a più livelli nelle scuole e nelle università, amato anche dal grande pubblico, non potevamo, a ben pensarci, aspettarci nulla di diverso. Una matura, sfaccettata, complessa, letteraria analisi del suo mestiere e del prodotto della sua arte. E mentre chi lo vorrà leggerà un romanzo di svago, una storia d’amore come tante, i critici torneranno a rimboccarsi le maniche come dopo ogni suo lavoro, per cercare di scovare tutte le briciole che McEwan ha lasciato per loro tra le sue pagine.

Ian McEwan, “Miele” (ed. or. 2012 – trad. M. Balmelli), pp. 351, 20 euro, Einaudi, 2012.

Voto: 5/5


8.09.2013 Commenta Feed Stampa