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Meridiano di sangue di Cormac McCarthy

di Enzo Baranelli

McCarthy-Meridiano-di-sangue1La prosa di McCarthy ha un incedere biblico, da Vecchio Testamento. Le frasi appaiono come necessità inevitabili, verità che non possono essere taciute: “Solo ora il ragazzo si è finalmente spogliato di tutto ciò che è stato. Le sue origini sono diventate remote come il suo destino, e in tutto il volgere del mondo non ci saranno mai più territori così selvaggi e barbari in cui verificare se la materia della creazione può conformarsi al volere dell’uomo o se il cuore stesso non è altro che un diverso tipo di creta“. Qualcosa ricorda Graham Greene e Malcolm Lowry: un senso di imminente pericolo, l’angoscia che rincorre se stessa e le briciole di un’apocalissi che già inizia ad ardere e le cui fiamme variopinte si contorcono ai margini della visione. Gli elementi naturali assumono connotazioni alchemiche. Il fuoco può essere quello di un incendio oppure di un falò nel nulla della prateria, e la contrapposizione tra notte e giorno è sempre sfumata perché il racconto prosegue senza sosta e il cielo sopra un rifugio “è una fontana di stelle con poco spazio nero, stelle che cadono incessanti tracciando archi dolorosi, ed è così che il loro numero non diminuisce mai“. Il ragazzo, protagonista di “Meridiano di sangue” non può essere l’eroe dickensiano, anche se il romanzo è ambientato tra il 1833 e il 1878, perché qui la scrittura discende direttamente dal capolavoro di McCarthy, “Suttree“, e non ci sono spazi di redenzione, neppure nelle vaste pianure del Texas. Inoltre il ragazzo unendosi prima a Toadvine e poi alla compagnia di insanguinati cavalieri guidati dal “giudice” assume, a tratti, l’identità collettiva del gruppo, rappresentato come un solo personaggio travolto da impulsi contrapposti. Tornando agli elementi naturali, il sole non ha connotazioni positive, è “ostile e pulsante” e ” di un colore rosso sangue“. Nel deserto la notte si popola di stelle e dell’ululato dei lupi, mentre il giorno gronda sudore e fatica. In “Meridiano di sangue” l’autore trasmette alla narrazione immagini sostenute da una tale potenza poetica da imprimersi nella mente del lettore con la forza della passione e dell’arte; pure icone abbandonate nella desolazione della vita: “Il biancore del mezzogiorno li vide allungati nel deserto come un’armata fantasma, pallidi com’erano per la sabbia, vaghe ombre di figure cancellate sulla lavagna“.CormacMcCarthy_BloodMeridian

Inserti barocchi si innestano su una struttura gotica: la sofferenza e la morte s’innalzano in un’alta linea verticale, mentre l’umanità è ancorata alla terra, schiacciata nel fango fino al termine dell’orizzonte. Cormac McCarthy riesce a creare un’opera terrificante, un monstrum, un lungo racconto poetico che toglie il fiato. Il canto di McCarthy si scioglie di fronte alla fragilità dell’esistenza, di fronte all’essenza stessa del sangue che significa vita e che significa morte: “Luccicavano tutte leggermente nell’aria torrida, queste forme di vita, come minuscole apparizioni. Rozze sembianza elevate a dicerie, dopo che le cose stesse erano svanite dalla mente degli uomini“. L’accecante bellezza di “Meridiano di sangue” è devastante: incendia i sogni e divora il lettore, afferrandone il cuore in una stretta sospesa tra il terrore e l’assoluta rassegnata serenità dell’animo. Il volume, pubblicato nel 1985, segna la trasformazione definitiva del genere western, ma questi rimangono dettagli, se paragonati all’opera dove anche un’imboscata può diventare metafora o pura poesia come “l’anello che non regge“: “E le urla forti e selvagge percorrevano il bacino piatto e brullo come grida di anime che irrompessero nel mondo sottostante attraverso una smagliatura nel tessuto delle cose“.

Cormac McCarthy, “Meridiano di sangue” (ed. or. 1985 – trad. Raoul Montanari), pp. 347, 11,50 €, Einaudi, 1996 – 2013.

Giudizio: 5/5


5.09.2013 Commenta Feed Stampa