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Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D.T. Max

di Daniele Cohen

dtmaxIl commento a questa biografia dedicata a David Foster Wallace è rivolto soprattutto a quei lettori, o presunti tali, che non si capacitano del culto che molti altri lettori hanno nei suoi confronti e in particolar modo per quelli che dopo aver provato a leggere qualche suo libro si sono arresi senza provare grande interesse per i suoi scritti.

Alcuni di questi “lettori” li conosco personalmente e so che leggono anche libri discreti. Non sono meno sensibili, né più distratti di quanto lo sia io. Eppure hanno provato a leggere “Infinite Jest” o “La ragazza dai capelli strani” senza trovarci nulla di speciale. Quando non si sono addirittura annoiati.

Si potrebbe concludere che non c’è nulla di misterioso e complesso e affermare che si tratta semplicemente della vecchia questione dei gusti. Tizio ama Melville e non tollera Hemingway e Caia legge Faulkner, ma detesta Dostoevskij. Invece non si può giungere alla stessa banale deduzione riferendoci all’opera di Wallace. Perché David Foster Wallace non era solo un autore dal doppio cognome che andava, e va di moda, tra gli amanti della letteratura post moderna. In comune con lui, autori come Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides e Bret Eston Ellis hanno solo il fatto di appartenere alla stessa razza bianca, di essere alti più di 1.80 e per alcuni di loro di soffrire una forma di miopia che li ha costretti a inforcare occhiali da vista. Le analogie finiscono qui.

Potrete anche non amarlo e decidere di non leggerlo, ma prima lasciatevi fornire alcune informazioni (tratte in parte da questa bella biografia, dettagliata, struggente ma sincera, che mette in evidenza non solo i pregi e i meriti dell’autore, ma anche le sue debolezze, le menzogne, le gelosie e le insofferenze) che vi potranno essere utili per capirlo meglio come persona e per comprendere la differenza fra un grande artista e chi invece non lo è. Wallace in vita era una star e la morte lo ha elevato quasi a leggenda, ma a differenza di molti suoi colleghi era schietto, più generoso che egocentrico e incredibilmente colto, dotato di un’ironia irresistibile e un talento raro per la scrittura. Eppure non si accontentava mai dei suoi lavori. Trattava le parole con attenzione e rigore, venerandole. E lo sapeva fare benissimo. La sua scrittura era vertiginosa, brillante, scrupolosa.

Scordatevi l’immagine del genietto che scrive un capolavoro senza alcuno sforzo. Il talento da solo nel 99% dei casi non serve a nulla. Chi non si applica con grande fatica può al massimo aspirare al ruolo di stravagante o di piccolo artigiano, ma non di artista. E Wallace si impegnava allo stremo delle sue capacità per trasformare un’accozzaglia di scritti in un’opera artistica. Dava un valore ai suoi scritti in corso e se non li riteneva superiori a una certa soglia cancellava tutto e ricominciava, a volte per anni, oppure si fermava e rinunciava a scrivere.

Teneva in grande considerazione i lettori e la sua croce era capire come amarli senza credere che la sua arte o il suo valore dipendessero esclusivamente dall’amore dei lettori per lui. Aveva innumerevoli interessi e ha scritto racconti, romanzi, saggi, rilasciato interviste spettacolari, insegnato scrittura nelle scuole, ed è riuscito a rendere affascinante anche un saggio su un paio di scarpe da ginnastica, piuttosto che discorrendo sul mercato pornografico, sulle aragoste, il tennis, la televisione, fino ad argomenti più “alti” come in “Tutto e di più”, dove ha ripercorso la storia del concetto filosofico e matematico di infinito a partire dal paradosso di Zenone per arrivare, attraverso l’analisi matematica e la teoria assiomatica degli insiemi, a Cantor. E ce l’ha spiegato alla sua maniera, con una scrittura stile montagne russe, ma in grado ugualmente di essere compresa da chiunque.

Leggere alcune sue opere come “Infinite Jest” può sembrare arduo, ma è una sfida che vi invito a tentare. L’ottima biografia di D. T. Max (completata da un’accurata bibliografia) è una solida mappa per orientarsi nell’universo di David Foster Wallace. Il titolo scelto, “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”, è tratto dallo stralcio di un’opera dello stesso Wallace che lo attinse, molto probabilmente, dalla lettura di un bel racconto di Richard Brautigan (morto anche lui suicida tanti anni prima). Il racconto di Brautigan si intitolava “Lo spazzolino da denti: una storia di fantasmi”. Racconta di un uomo che rievoca una sua ex fidanzata osservando l’immagine di uno spazzolino da denti. E’ un racconto triste, lieve, poetico e profondo, e rappresenta bene quella metanarrativa post moderna tanto cara a Wallace dalla quale fu prima influenzato e che in seguito superò, gettando un ponte tra la filosofia e la narrativa che gli permise di raggiungere una stratificazione di livelli e significati che hanno reso la sua opera intellettualmente ricca, oltre che fonte di puro incanto.

Scrivendo dello spot sui pannoloni per adulti Depend o di un qualunque altro riferimento a nomi di marche, pubblicità o programmi televisivi, Wallace non faceva altro che ironizzare e raccontare quella che è la realtà e il mondo in cui viviamo. Ma soprattutto per Wallace la letteratura aveva lo scopo di raccontare come sono gli esseri umani. E’ un autore particolare, che a molti continuerà a non piacere perché forse preferiscono uno stile diverso, meno coinvolgente, che non stravolga la dimensione temporale, lineare e spaziale del racconto. Lettori che si trovano più a loro agio con una scrittura pacata e senza picchi improvvisi. Non biasimo quei lettori. Ma si tolgano dalla testa il pensiero che David Foster Wallace sia la fregatura letteraria di questi anni.

Aveva un enorme talento che alimentava in quasi ogni istante della sua giornata, leggendo di tutto, tentando di migliorarsi e, seppur cadendo spesso nel vizio e nella depressione, era un uomo che ascoltava le persone.  Lui si interessava degli altri, profondamente e con amore sincero.

In un’introduzione a un suo corso di Letteratura inglese scrisse: “Gli studenti con una timidezza patologica, o quelli a cui le domande migliori e più pressanti vengono solo quando si trovano da soli, potranno conferire con me in forma privata, fuori dalle lezioni. Se il mio orario di ricevimento non vi va bene, vi prego di contattarmi per fissare un appuntamento a un’ora diversa”.

Magari all’inizio può sembrare ostico, perché non è uno scrittore che affronta la superficie delle cose, ma se vi capiterà di approfondire la sua conoscenza attraverso i suoi scritti, so che vi resterà impresso, per la semplice ragione che lui desiderava capire voi. Una studentessa nel libro ricorda la sua presentazione il primo giorno ad un corso di scrittura. Racconta che quando entrò in aula disse: “Mi ci vorranno qualcosa come due settimane per ricordare il nome di tutti, ma quando avrò imparato i vostri nomi me li ricorderò per il resto della vita. Vi dimenticherete di me prima che io mi dimentichi di voi”. Sono sicuro che lo pensava realmente.

D. T. Max, “Ogni storia è una storia d’amore”, (ed. or. 2012 – trad. A. Mari), pp. 505, 19,50 €, Einaudi, 2013.

Giudizio: 4/5


21.08.2013 Commenta Feed Stampa