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Storia della bambina che volle fermare il tempo di Jenny Erpenbeck

di Chiara Condò

StoriadellabambinasitoCon questo racconto, che bene si collocherebbe in una raccolta di Angela Carter, Jenny Erpenbeck ha creato una protagonista che somiglia a una precisa performance di Marina Abramović. In Rhythm 0 la Abramović si presentò al pubblico completamente passiva e aperta a ogni azione che i presenti avrebbero deciso di intentare verso la sua persona. Per le prime tre ore gli approcci furono curiosi, anche un po’ timidi; per le tre successive invece la Abramović fu vessata, colpita e ferita con tutti gli oggetti messi a disposizione, da una lametta a una rosa, senza reagire minimamente a quanto le succedeva attorno. In Storia della bambina che volle fermare il tempo la Erpenbeck costruisce una situazione simile, offrendoci allo stesso modo e con la stessa responsabilità una ragazzina senza parole e reazioni.

Anche l’ambientazione di questa fiaba distorta è funzionale al racconto: mentre gli altri fanno di tutto per evadere da uno spazio recintato, lei è riuscita ad introdurvisi, “in un orfanotrofio per l’appunto, ed è assai improbabile che a qualcuno venga l’idea di farla di nuovo uscire dal portone e rispedirla nel mondo”. Ritrovata dalla polizia mentre vagabondava in una strada con un secchiello in mano, la bambina viene portata in un istituto e lasciata al suo destino di orfana. I suoi compagni sono dapprima indifferenti, poi crudeli, e lei sembra rivolgere ogni sforzo nel passare inosservata. “Già il primo giorno, quando un bambino la spinge, lei reagisce con qualche singhiozzo, ma la cosa non le dispiace più di tanto. Infatti, che un bambino l’abbia spinta per farla cadere nel fango, e che l’abbia spinta così forte da farla singhiozzare, desta nella ragazzina la speranza di poter occupare uno degli ultimi posti nella gerarchia interna alla scuola,  se possibile addirittura l’ultimo, e l’ultimo posto, il più basso, è sempre il più sicuro, ovvero quello di cui si potrà sempre essere all’altezza”.
La trama procede senza sobbalzi verso un epilogo inaspettato, complesso da sciogliere, e forse troppo veloce; già nelle prime pagine del racconto la Erpenbeck aveva sparso degli indizi più utili a una rilettura che a un primo approccio. Si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a una macchina narrativa egoista, volutamente incompleta, come se la scrittrice non avesse voluto  definire il racconto, preferendo una forma più fedele a come deve averlo immaginato. La bambina alt, vecchia, è una ragazzina spropositata per la sua età, con un corpo preoccupante, refrattaria all’apprendimento e ai legami, ma con una spaventosa abilità nell’umiliarsi, e con un presentimento di maturità nei gesti a volte adulti. C’è nel suo comportamento qualcosa che ha a che fare con il piacere e la sicurezza di occupare il posto più infimo, di essere ultima tra gli ultimi, trasparente proprio là dove ogni forza e debolezza hanno suoni più forti. Le aspettative sono nulle, il desiderio dell’anonimato più totale traborda dalla bambina, influenzandone le relazioni, orchestrandone le giornate, in modo che ogni azione passi sistematicamente inosservata. È la mole stessa del suo corpo a proteggerla: in lei il tempo della vita si è fermato, come il tempo delle emozioni,  e il pianto e la felicità non lasciano tracce sul suo viso sproporzionato.
Nel corso del racconto la ragazzina trascorre sempre più spesso le sue giornate in infermeria, poi in ospedale, fino ad approdare a una stanza singola e protetta dagli sguardi altrui, mentre il suo corpo perde peso e rivela i lineamenti di una giovane donna prima, e di una vecchia poi. Come in una fiaba distorta l’incantesimo viene infranto dai meccanismi della burocrazia e della scienza: “il suo imbroglio è stato smascherato, il suo tentativo di fermare il tempo è fallito” e alla fine della storia la Erpenbeck ci riconsegna un corpo paralizzato e spento in un lettino. “La ragazzina, che adesso non è più una ragazzina, si è tolta la maschera, la propria pelle, e sotto gli occhi di tutti ha messo fine a quella carnevalata, quasi che la sua infanzia fosse stata solo uno scherzo, quasi che le fosse stato concesso di andare a spasso nel tempo come in un giardino, e in questo comportamento c’è qualcosa di urtante, qualcosa di arrogante, una maniera per disprezzare il corso del tempo, per mettere alla prova Dio”.

Durante la performance Rhythm O, attorno alla Abramović, si crearono  un gruppo di protezione e uno di attacco; la Erpenbeck, con questo racconto disturbante, pone al pubblico la stessa, difficile domanda: quale posizione occupare di fronte alla passività?

Jenny Erpenbeck, “Storia della bambina che volle fermare il tempo” (ed. or. 1999 – trad.  Ada Vigliani), pp.91, 8 € , Zandonai, 2013

Giudizio: 3/5


23.07.2013 Commenta Feed Stampa