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Fine Impero di Giuseppe Genna

di Enzo Baranelli

fine-impero-di-giuseppe-genna-2013-1Un romanzo splendido che vorrei leggere dopo essere morto.

L’incipit è la visione “dal fondo della fossa tombale” con uno scorcio del cielo su cui si fondano o fondavano gli imperi (Il mulino di Amleto di de Santillanana-von Dechend). Giuseppe Genna utilizza un linguaggio arcaico vicino al mito. L’aria strinata, che incontriamo poco dopo, in questa periferia ammorbata da un delirio chimico, è un’espressione tipicamente genniana: l’autore chiarisce subito l’uso del “suo” linguaggio (si veda Assalto a un tempo devastato e vile). “A fine regno il messia è un cadavere infantile”. Leggere Genna – di cui hanno detto che, escluso “Nel nome di Ishmael”, non abbia scritto nulla che giustifichi lo sforzo di voltare le pagine – è un’esperienza fatta di suoni e ripetizioni. Il ritmo è una trenodia barocca dove sopra la morte domina la putrefazione. L’eccesso di maturità rompe la buccia del frutto: questo è il motivo conduttore, così la narrazione fa arretrare il lettore per il lezzo, migliorando la sua visuale; la nebbia chimica iridescente illumina le venature più sottili dello strappo e dell’abbandono. Quindi leggere Genna è un ripetuto ritorno alla follia di Des Esseintes.

Il quartiere ghetto ai margini di Milano è popolato da televisori accesi negli edifici dormitori, poi compaiono le casalinghe grasse intente a leggere gossip su riviste free-press. Genna volutamente indulge in una descrizione ballardiana che spiega se stessa attraverso il linguaggio che diventa un bisturi colante sangue, eccessivo e autoerotico: “i tossicodipendenti in piazzale Gabrio Rosa, che spaventavano i benpensanti nei Settanta, sembravano spariti a causa dello sterminio sociale e come loro i benpensanti ed eccoli, i tossici, eccoli nuovamente, rinnovati nei volti nei fisici nell’abbigliamento, le canotte larghe e i pantaloni bassi e i cappellini da baseball all’indietro, esaltare il ghetto per non tradire la necessità inutile dell’appartenenza, riconoscendo in chiunque uno spettro, un benpensante”. La Milano come suicide city (pp. 28-29) per Genna è la visione in bianco e nero ripresa da una telecamera montata sopra la ruota di un auto (l’anteriore sinistra). I corpi sono appiccicosi, grassi, ancorati a telefoni cellulari dalle suonerie tutte uguali: la sauna fa fuoriuscire come pus dalla pelle la polvere nera dello smog unita al sebo e al sudore. L’io narrante è “uno che scrive” ed è “il padre” della bambina nella bara bianca cui è destinata la fossa dell’incipit. La narrazione si muove con movimenti antiperistaltici verso il vomito, un’emozione, una dimostrazione di vita nascosta nel colore malato dei sali biliari e del muco. L’io del romanzo (?) dice cose come se le conoscesse dall’esterno (a posteriori, vedremo), altre volte, invece, le visioni si sovrappongono in un solo sogno. “Ero l’uomo che aveva perduto tutto non avendo niente mai. Ero l’uomo del male, che si difende congelandosi. Nessuno sapeva quanto io avevo perduto. Mantenevo il segreto di una perdita costante, mostrando agli altri una fisionomia non propriamente fredda: lo sguardo un poco assente, un sorriso pallidamente accennato, i movimenti cauti… nessuno sapeva niente di me tranne che ero nessuno: uno che scrive, uno normale, uno poco noto”.

La seconda parte si apre con lo scrittore fallito che sopravvive collaborando con giornali, raccogliendo le briciole degli amici: “Oggigiorno, in Occidente, chiunque collabora. O collabora o è proprietario” Vanity Fair – su cui Giuseppe Genna scrive – e l’inutile linguaggio della moda occupano una sezione narrativa di transizione: è uno sfondo ideale per l’automartirio dell’autore. La transitorietà di ogni evento innalzato su un podio di grandezza estetica è l’immoralità pura rapportata alla perdita di un figlio o alla vita in generale. La presentazione di Zio Bubba-Lele Mora ormai è datata, infatti il romanzo sarebbe dovuto uscire per Einaudi nel 2012 (a marzo addirittura), ma poi la pubblicazione ha avuto qualche eccesso di morchia negli ingranaggi delle parentele amicali che muovono l’editoria italiana ed eccolo in libreria a giugno del 2013. La lingua diventa, ben prima del finale da uroburo, un delirio tossico e le espressioni genniane si coagulano attorno al vuoto di Zio Bubba e di una (immancabile) festa ad Arcore con “il Proprietario” dalla faccia “di gomma e fard”. L’amplesso con la cocaina versata sul membro flaccido dell’io narrante ci conduce, non nel vortice del “nihil” di Bret Easton Ellis, ma dove quel coagulo del linguaggio espone la crosta ossidata del sangue ed esattamente lì, nell’anello di ematina sorretta dai gruppi prostetici, riposa, antichissima come su un altare, la molecola di ferro (Fe2+–>Fe3+).uro

“Saremmo felici di approdare a strade che si succedono come un argomento tedioso, sia pure con il proposito insidioso di condurci a domande che ci opprimono, ma alle quali finalmente (finalmente…) possiamo rispondere non da soli, bensì insieme”: se aspettate tra poco arriva Mary Poppins…

E’ vero, Genna coglie barlumi di verità, ed è questa la grande bellezza di quest’opera flaccida, putrefatta e infetta; però lo scrittore è intossicato dalla sua stessa creazione e la visione è prossima al precipizio senza vergogna, del santo che aspira al suo paradiso artificiale. L’ipotassi esplode, come un aneurisma, in una trama paratattica dove l’autore accosta i pannelli del suo polittico dedicato a una forma ancestrale di teratoma. La regressione diventa evidente nella scena anti-kafkiana dell’uccisione dello scarafaggio. L’utilizzo di uno spray insetticida va bene, ma non uno spray “biologico”! Perché? Perché? Sparati che fai prima! L’uso di un linguaggio che reitera particolarità dello stile genniano evidenti in lavori ormai impolverati da lustri o decenni, dimostra che questa regressione è la fase terminale nel movimento “vibratile” di questo magnifico scrittore, non ancora ripresosi dal tragico flop di vendite di Hitler (un rilegato Mondadori disposto, all’epoca, in eleganti pile, o pire, nelle librerie del centro cittadino. Ovunque).

Siamo impantanati in una mediocrità limacciosa dove la viscosità del linguaggio di Genna prolifera come un tumore, assumendo forme improbabili, intorno alla trama sbilenca. E’ triste per un autore non avere più nulla da dire, ma la cosa peggiore è non rendersene conto.

“Era come essere nella sala di un nosocomio primonovecento, non so spiegare, in cui era stato tagliato un arto a una persona per via della cancrena. Un fondo dolciastro puzzava di agnello dentro quell’odore, come in Afghanistan”. Come in Afghanistan, sì…

Giuseppe Genna, “Fine Impero”, pp. 231, 15 €, Minimum Fax, 2013.

Giudizio: 1/5


19.07.2013 4 Commenti Feed Stampa