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L’estasi dell’influenza di Jonathan Lethem

di Chiara Biondini

lethemL’estasi dell’influenza. La stasi dell’influenza. L’estate dell’influenza. Lo stato dell’influenza.

Contrariamente a quanto può sembrare, Lethem non è ammalato. O forse, a ben pensarci, è proprio il suo essere ammalato il punto della questione.

Ammalato, probabilmente, di vita. Ancora più specificatamente, ammalato di contenuti. Significati. Conseguenze. Fatti. Jonatham Lethem è un essere umano complesso, e di conseguenza non può che essere un autore complesso, un complesso osservatore. Il suo è uno sguardo curioso, uno sguardo che non può e non vuole solo “guardare”, ma anche e soprattutto comprendere. O forse, immergersi. Nessun argomento può davvero lasciare indifferenti, se a raccontarcelo è la voce piena di questo autore alla soglia dei 50 anni, figlio di un pittore d’avanguardia e di un’attivista, cresciuto in una comune, in bilico tra ebraismo e protestantesimo, immerso fin da bambino in una realtà multiforme, cangiante, una realtà fatta di più strati, più densità, una realtà che rifiuta il piatto scorrere delle cose per cercare l’ombra sfuggita dietro l’angolo, il riflesso comparso solo per un attimo nella visione periferica.

Grande amante di Dick (e come poteva essere altrimenti?), lettore avido, affezionato e partecipe di supereroi, cosmonauti e tutto ciò che sta nel mezzo (in uno spazio intermedio – se volete – e se questa espressione vi restituirà un sorriso, allora conoscete Lethem abbastanza bene), spettatore di film, critico in fasce e scrittore egocentrico, Lethem spazia attraverso queste seicento (dense, intensissime) pagine non come un elefante bianco ma come una termite.

Chi sono, queste creature?

La termite “procede incessantemente a mangiucchiare i suoi confini e, nella metà dei casi, lascia alle proprie spalle segni di un’alacre, industriosa e rudimentale attività”. Gli elefanti bianchi si sentono “obbligati ad aggirarsi con fare autorevole, disdegnando ogni occasione di giocosità e distrazione, irrigidendosi in un encausto di spocchia nell’attesa che la giusta giovane termite, che aspira a essere elefante, cominci a sparare loro con un fucile da caccia grossa”.Jonathan-Lethem-in-Brookl-001

Lo stesso Lethem ammette di essere – più di una volta – caduto nel gioco dell’elefante bianco, ma si è trattato – forse – di qualcosa che tutti facciamo, prima o poi: indulgere in qualcosa che sappiamo fare molto bene, compiacere noi stessi e il nostro ego, darci quell’attenzione che troppo spesso (e chissà perché, poi!) il mondo ci nega. Per natura, però, Lethem è un personaggio che ama mostrare e non mostrarsi (il suo desiderio, per sua stessa ammissione, era essere uno “scrittore invisibile”), che lascia che le sue creazioni parlino per lui, a partire dalle pubblicazioni giovanili, che navigano sulla corrente di un’intelligenza visionaria e forse un po’ impacciata, per arrivare alle opere della maturità – “La Fortezza della Solitudine” su tutte – che hanno una voce più concreta, la voce di chi può permettersi di indugiare nel sogno, perché conosce anche troppo bene la realtà.

L’influenza come filo conduttore, come ispirazione, come concetto al quale tornare e dal quale farsi guidare. L’estasi dell’influenza passa attraverso l’amore per chi è venuto prima di noi, per chi ha dato una voce alle nostre inquietudini, alle nostre domande, e ce ne ha consegnate di nuove. Che si tratti di Calvino (per Lethem – e per molti altri, in verità – incapace di scrivere un “brutto libro”) o di Dick, che si tratti di Spiderman o Superman, che lo si faccia passando da articoli di giornale a racconti brevi, con incursioni in capitoli che sono veri e propri memoir (che dire di un trio universitario formato da Lethem, Donna Tartt e Bret Easton Ellis?), che si ironizzi – attraverso uno spettacolare pezzo breve per Playboy – o che si sia incredibilmente seri, nel riflettere sui mali del mondo e l’origine del dubbio, ciò che conta – alla fine – è il saper raccontare. Perché raccontare di ciò che ci ha stupito, guidato, fatto riflettere, raccontare di ciò che ci ha fatto crescere, arrabbiare, ciò che ci ha fatto ridere e dubitare, raccontare di questo è – alla fine, e molto semplicemente – raccontare della parte più profonda e vera di sé, quella parte in costante evoluzione, la parte che si muove – in qualche modo – in sintonia con l’Universo, con i suoi spazi intermedi (sì, di nuovo), e ci rende creature uniche.

Jonathan Lethem, “L’estasi dell’influenza”, pp. 607, 23 €, Bompiani, 2013

Giudizio: 5/5.


18.07.2013 Commenta Feed Stampa