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La casa grigia di Herman Bang

di Alessandro Montagner

A tre anni di distanza da La casa bianca, Herman Bang pubblicò la seconda parte del mémoir romanzato in cui rivisitava i suoi anni formativi e precedenti agli esordi letterari. Il piccolo William, alter ego dell’autore, è ora un giovane uomo e vive con la famiglia nella capitale, nel palazzo in Amaliegade n. 7 noto come la casa grigia: il candore degli Hvide è ormai solo nel nome. Il palazzo, a due passi dalla residenza reale di Amalienborg, appartiene al vecchio patriarca, il nonno paterno Ole Hvide.

Nell’arco di una giornata, dalla prima mattina fino a tarda sera, la narrazione lo segue quasi come una macchina da presa in un unico piano sequenza quasi ininterrotto; laddove La casa bianca per contro ‘montava’ i ricordi d’infanzia di William lungo un intero anno solare. E questo colpisce ancor di più in un attore fallito e poi regista teatrale di successo come Bang, amico di Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, famoso per i suoi adattamenti ibseniani e romanziere i cui libri divennero a volte pellicole molto apprezzate: come nel caso della rilettura che Carl Theodor Dreyser diede nel 1924 di Mikaël, considerata un caposaldo del cinema gay.
“Sua Eccellenza” Ole Hvide è il personaggio centrale del romanzo, come la madre di William lo era stata del precedente. Al cambio di prospettiva corrisponde anche un diverso tono narrativo: se la casa bianca risuonava della voce di Stella, che ancora prega una delle cameriere di cantare per lei, la casa grigia scricchiola “come se emettesse lamenti nel silenzio”.  Ole è il rappresentante di una generazione che ha “indovinato un intero secolo” solo per testimoniarne la decadenza, che si circonda ancora di camerieri in livrea e che nel suo cieco anacronismo assomiglia all’anziano barone dalla “strana figura da diciassettenne raggrinzito”. Una generazione che costringe i propri figli ad una rovinosa carriera agraria perché le sconfitte belliche del secolo precedente, causando la cessione dello Skåne alla Svezia e dello Schleswig-Holstein alla Prussia, avevano sottratto alla Danimarca le sue regioni più sviluppate.
“Sei nato tardi”, dice Ole, amaro e disincantato, al nipote William quando questi gli fa visita per avere notizie dei suoi scritti, che nessuno più legge.
Non è un caso che, in un romanzo che scandisce con precisione il trascorrere della giornata, gli orologi di casa Hvide siano fermi; né che i padroni di casa si muovano tra ombre che sembrano spettri del passato. Così Sua Grazia, moglie di Ole, torna nei sogni ai balli di gioventù, agli accompagnatori ormai morti da tempo, ripetendo nel sonno “Weimar, Weimar”; mentre il giovane rampollo Fritz Hvide ha “una bellezza antica, la bellezza di un monumento funebre”.

Il giovane è omonimo del padre di William, che in serata avrà un chiarimento definitivo con la moglie Stella: una pagina struggente che racchiude alla perfezione la tecnica dell’autore di indagare “magistralmente le dinamiche del quotidiano, […] agendo in sostanza sul territorio del non detto e del rimosso” e delineando i moti dell’animo senza descriverli ma mostrandone gli effetti (dalla postfazione di Luca Scarlini).
Nel ricevere la visita di un’amica di giovinezza, da vent’anni marescialla a Vienna, Stella rievoca i ricordi passati, come già ai tempi della casa bianca — appassiti a loro volta come i petali dei fiori che, sulla tavola a cui i tre siedono, cadono uno ad uno. Ma le nubi temporalesche, metaforiche o meno, si sono raccolte fin dal mattino, e la fine di quel mondo non sarà poetica. Avrà anzi l’aspetto storpio, malato e ripugnante del commendatore Glud, un cinico usuraio cui la nobiltà è infine costretta a rivolgersi, apponendo il proprio sigillo sulla ceralacca che cola sui contratti come sangue.

Al termine della cena, nella quale si è discusso del Grundtvigianesimo e —appropriatamente— dell’Amleto, il brindisi finale, con l’ultima bottiglia di tocai stravecchio, dona riflessi sanguigni allo stemma dei Hvide sui bicchieri intagliati.

La casa bianca mostrava con gli occhi dell’infanzia la grazia di un mondo in realtà già decaduto; intenzionalmente più prosaica, La casa grigia offre un punto di vista adulto e disincantato, e tuttavia riesce ad essere a suo modo ancor più poetica e struggente nelle delicate immagini di una magistrale e potente simbologia.

Herman Bang, La casa grigia (1901), traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia, pp. 192, €14, Iperborea 2012.

Giudizio: 5/5.


5.06.2013 Commenta Feed Stampa