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Episodi incendiari assortiti di David Means

di Chiara Biondini

A volte succede. Non si legge per qualche tempo. O per molto tempo. Ci si allontana dalla lettura per vari motivi. Possono essere futili o importanti, validi o inutili. Ci si allontana e si occupa il tempo in cose più immediate, cose che richiedono la nostra attenzione. Oppure il tempo lo si lascia passare, con l’indolenza di chi non si preoccupa di niente. Il punto, qui, non è allontanarsi dalla lettura. Il punto è come ci si ritorna. Perché il primo libro che si apre dopo un lungo silenzio è un libro importante, anche solo per questo: per via del suo essere il primo. Essere il primo porta con sé una grande responsabilità, è un compito che nessuno vorrebbe, eppure deve accadere e dunque, che accada.

Torni alla lettura, sì, e lo fai con un libro che ti è arrivato per posta, che tu volevi e che una volta tra le tue mani hai esitato a cominciare, perché dalla lettura eri lontano. È rimasto fermo, questo libro, forse sul comodino o forse sotto un cuscino, ad attendere il suo momento. E poi viene il giorno in cui lo afferri, quasi di corsa, perché devi prendere un treno e realizzi di non sapere come passare il tempo, ed è un gesto quasi inconsapevole, dettato dall’abitudine, dalla consuetudine, dalla reiterazione. E alla fine inizi a leggerlo, questo libro, un libro che reca un titolo invitante, e non ingombra, perché con le sue 153 pagine pare quasi parlare a bassa voce. È una raccolta di racconti e sai di andare quasi sul sicuro, un’unica voce per molteplici storie, è il modo di raccontare che ami di più, ma l’abbiamo già detto: è il primo libro dopo tanto tempo. E allora inizi a leggere ed è poco più di una manciata di minuti, il tempo che ti occorre per capire: hai in mano un gioiello. Un prisma di irregolare e movimentata imperfezione che è perfetto per il tipo di creatura che sei: fragile e forte, confusa e schietta, un essere in pasto alle spire del tempo ma che dal tempo non si fa inghiottire. È un modo di scrivere, questo, che ti appartiene. È quel modo spietato e doloroso che appartiene alle anime complesse, forse ferite, di certo colme di domande. È lo sguardo di un cacciatore di gesti, lo smarrimento di un uomo barcollante sulle rotaie, è la tenacia di un vagabondo e la scellerata impudenza di una vedova. È un’unica voce che aderisce a più forme, scivolando, avvolgendo, muovendosi tra i ricordi, facendosi ipnotizzare dal passato, cercando di lambire il futuro ma solo per prenderlo in giro, perché la realtà è che a quelli come te non importa del futuro. Il presente è ciò che hai, non ciò che conta ma ciò che possiedi; è fatto di quelle cose che puoi permetterti di perdere, perché ne ignori l’importanza.

C’è un racconto che ti colpisce come un evento inaspettato, conti le righe e sono 426 e ti dici che devi aver sbagliato, non  è possibile che in 426 righe si sia condensata una vita intera, ma che dico, solo una, molte vite, e momenti cristallizzati come zucchero grezzo sulla lingua, ruvido e pungente, credi di poterlo sciogliere ma dovrai darti da fare, e farà male. È un racconto che ricorderai anche tra molti anni, lo sai adesso e sai di non sbagliare, perché questo racconto ha la potenza inevitabile delle cose dolorose per un motivo, per uno scopo, le cose dolorose per farti essere diverso. E tu sei diverso, come diceva Carver: è proprio così che succede. Ti alzi e sei forse più alto, forse più basso, forse più leggero o incredibilmente pesante, il ritmo del tuo respiro come falsato, inceppato, sovraccarico. E sì, come dice Carver, terminato questo racconto tornerai alla tua prossima occupazione: la Vita. Ma, oh, con quanta luce in più la percepirai. Con la luce che viene dal buio, nel buio si sposa e dal buio si lascia tentare. La luce che esiste per essere ammorbidita dal tempo, levigata dagli attimi, smussata dall’esistenza. Senza scomparire, mai.

David Means, Episodi incendiari assortiti, (ed. or. 2000, trad. Matteo Colombo) pp. 153, 9 euro, Minimum Fax, 2013.

Voto: 5/5 


2.06.2013 1 Commento Feed Stampa