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I Melrose di Edward St Aubyn

di Enzo Baranelli

MerloseEntrare nel’’universo romanzesco di St Aubyn (il quinto e ultimo romanzo del ciclo, “At Last”, uscirà a novembre) richiede un delicato equilibrio per non precipitare nei numerosi abissi aperti dall’autore. “Forse l’identità non era un edificio che aveva bisogno di fondamenta, ma piuttosto una serie di imitazioni tenute insieme da un’intelligenza centrale, un’intelligenza che conosceva la storia delle imitazioni e aveva abolito la differenza tra azione e interpretazione”. La sequenza narrativa è questa: “Never Mind” (1992), dove Patrick Melrose ha cinque anni e subisce l’autorità, per usare un eufemismo, del padre David, poi “Bad News” (1992), qui siamo alle prese con la dipendenza da cocaina ed eroina, ma il romanzo è breve, in bilico sulla soglia del minimalismo e del memoir privo di pudore e scrupoli, a seguire “Some Hope” (1994), in cui si lascia intravedere una sorta di possibile nuovo inizio per Patrick e infine “Mother’s Milk” (2005) , che nell’arco di quattro estati, dal 2000 al 2003, ci mostra un Patrick ora marito e padre. In quest’ultimo romanzo (a suo tempo pubblicato da Einaudi: ovviamente una lettura al limite dell’assurdo senza la conoscenza dei tre precedenti capitoli del ciclo) St Aubyn ritorna alla prospettiva iniziale della sua saga: nell’incipit troviamo, infatti, il figlio di Patrick, Robert, che ha cinque anni come il nostro protagonista in “Never Mind”.

La struttura narrativa usa diversi punti di vista per comporre un quadro frammentario e complesso della vita di Patrick Melrose. La scrittura di Edward St Aubyn mima lo snobismo inglese unito al linguaggio della dipendenza tossica, poi dell’ansia materna e, infine, della rassegnata consapevolezza della verità. Su tutto prevale un osservatore acuto, uno “scanner darkly” della desolazione contemporanea, che mescola il cinismo implacabile all’empatia più disarmante, proiettando su queste pagine i colori abbaglianti di un’esperienza narrativa senza precedenti. Le azioni e i dialoghi risaltano su questo sfondo e la “recherche” di St Aubyn è l’opera meno utile che si possa trovare, sicuramente, però, è la migliore.

Edward St Aubyn, “I Melrose” (ed. or. 2012), pp. 730, 19 €, Neri Pozza, 2013.

Giudizio: 5/5

Estratti:

“Aveva sempre apprezzato David Melrose per la sicurezza con cui affermava che avere buongusto significa sapere che anche i tuoi errori sono sempre giustificati, e per il mero fatto che ti appartengono”.
“Patrick si soffermò sul coprimozzo ammaccato di una vecchia station wagon bianca. Doveva aver visto tante cose rifletté, e non ne ricordava una, come un uomo affetto da amnesia che accumula migliaia di immagini per rigettarle subito in un moto continuo e privo di senso, sotto un cielo ogni giorno più vasto, e più pallido”.t1_st_aubyn
“Una volta imparato a parlare, la convinzione era che da descrivere ci fosse solo il mondo, mentre c’era anche tutto quello che descrivere non si poteva. In un certo senso le cose erano più perfette quando non si aveva la possibilità di descrivere niente. Avere un fratello [appena nato] faceva riflettere Robert sui tempi in cui non aveva che i propri pensieri a fargli da guida. Una volta rinchiusi nella lingua, si poteva soltanto mescolare quel mazzo bisunto di alcune migliaia di parole già usate da milioni di persone. Potevano esserci brevi attimi di freschezza […], nuovi pensieri. Ma prima che questi si mischiassero con le parole, non si poteva dire che il bagliore del mondo non avesse continuato a esplodere nel cielo della sua attenzione”.
“Un particolare tipo di obesità americana, molle; non il grasso del buongustaio, conquistato nel tempo, o il corpo da bisonte dei camionisti, ma quel grasso ansioso, di gente che in un mondo pieno di pericoli aveva deciso di fare di se stessa il proprio sistema di airbag”.

 


26.05.2013 Commenta Feed Stampa