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Versioni di me di Dana Spiotta

Versioni-di-me-di-Dana-Spiotta [1]La sensazione che la tua vita abbia appena abbandonato la stanza”.

La scrittura di Dana Spiotta [1] ci immerge in una narrazione fatta di ricordi con quel compleanno “in cui le cose cambiarono”. Nik compie dieci anni e, dopo essere andato al cinema con la sorella Denise, di tre anni più piccola, a vedere A Hard Day’s Night, riceve in regalo una chitarra. Il romanzo contiene la finzione nella finzione e la realtà (narrativa) nella finzione: “Le Cronache” di Nik sono una versione alternativa della realtà, come lui è “una versione alternativa di Denise”.

Aperto il libro, alle prime righe, ho pensato a una nuova forma di realismo magico e dopo pochi passi trovo queste frasi: “a volte le parole mi escono con urgenza imbarazzante. Le sento come oggetti fisici che riempiono il fiato. Le parole scritte diventano stravaganti e magiche”. Lo stile accompagna con leggerezza il lettore in una costruzione borgesiana 2.0. Il cuore del lettore accelera o rallenta ad ogni passaggio in cui si scopre una nuova dimensione narrativa: “Sto pensando agli eventi passati. Mi interessa il ricordo, il ricordo esatto, delle cose dette, da chi e a chi. Voglio conoscere la verità, senza le distorsioni del tempo e delle revisioni e dei desideri e dei rimpianti”. La memoria (si pensi alla demenza senile della madre di Denise) diventa uno dei cardini della narrazione. Le nostre nuove abitudini di cittadini di un mondo reale e di uno digitale sono lo spunto per cercare di catturare i ricordi sfuggenti, esili tracce, sinapsi in dissoluzione: “[Con la fotografia] l’unica cosa che hai fatto è ritardare lo sguardo, e dunque il vero investimento emotivo, finché ti rimane solo un ricordo di seconda generazione, il ricordo di un evento che in verità è solo il ricordo di una fotografia dell’evento. Non è un ricordo reale, profondo. E’ un ricordo falso, fugace, e la tua mente non sa neanche capire la differenza […] seppellito in un gigantesco file digitale che attende solo un clic per aprirsi”.

Dana Spiotta crea un universo in cui la vita, la musica del fratello Nik, i sentimenti s’intrecciano in più versioni della stessa storia. Davanti al procedere della demenza di sua madre, Denise oppone una nuova coscienza, una nuova interpretazione della memoria: “Dentro il ricordo degli eventi, delle date e delle parole, c’era questa memoria accesa del tuo corpo. Ora so quanto tutti noi viviamo in questi luoghi corporei. Le tue esperienze, quelle che hai sentito nel profondo, non svaniscono. Sono scritte per sempre nella carne nei nervi, nelle dita. […] Aveva senso: ci stavamo ritirando dalla mente. Rimaneva il corpo”. In questa fede spicca un’analisi profonda che muove i sui passi in una direzione non opposta, ma con un altro orizzonte rispetto a Richard Powers. I più brillanti scrittori della generazione che segue i giganti di DeLillo, McCarthy e Roth esplorano il mondo illuminandolo con visioni originali e nuove. Esiste una sottile tensione tra opere diverse: il lettore può tracciare la sua rete mentale di sinapsi; assoni e dendriti si srotolano dall’aggrovigliato ammasso che è il cervello e appare un significato, anche se fugace e quasi inaccessibile, ma è lì e il lettore (quello vero che non cade nel gioco idiota dei vari “Lilin” o di altre assurde puttanate), lo può sentire. “Versioni di me [1] usa un montaggio narrativo incredibile creando un ritmo che si avvicina al respiro di chi legge, ai battiti del suo cuore: “Tutti aneliamo a fuggire dalla nostra soggettività. E’ questo il potere dell’arte: farci intravedere noi stessi connessi a ogni essere umano di oggi e di sempre, fuggendo per un attimo il nostro stato di isolamento”.

Dana Spiotta, “Versioni di me” (ed. or. 2011 –  trad. F. Pacifico), pp. 252, 16 euro, Minimum Fax, 2013.

Giudizio: 4/5.