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My Bloody Valentine, m b v

di Alessandro Montagner

Nel 1966, dopo la pubblicazione di Pet Sounds, Brian Wilson entrò in crisi. Come dare seguito a un capolavoro di tale portata — e a Sgt. Pepper che, in un gioco al rialzo che durava da alcuni anni, era stata la risposta dei Beatles? Tale era il perfezionismo raggiunto da Wilson che SMiLE, il disco che aveva in mente, rimase nel cassetto per decenni e venne pubblicato ufficialmente solo nel 2004.

Il paragone è parso inevitabile quando, lo scorso 2 febbraio, i My Bloody Valentine hanno consegnato al mondo il loro nuovo album, ventidue anni dopo il precedente. Parlare di “aspettative” per questo gesto sarebbe fuorviante. L’intera carriera di gruppi esplicitamente ispirati ai Valentines (gli Smashing Pumpkins, tanto per fare un nome: Sometimes è il prototipo d’innumerevoli melodie composte da Billy Corgan) si è consumata all’ombra di questa attesa. Se Isn’t Anything aveva fondato o contribuito a fondare un genere, il successivo Loveless ne aveva ispirati un florilegio, in uno spettro estetico ed emotivo che spazia dai Mogwai ai Boards of Canada ed oltre. Kevin Shields, il geniale fautore di quella visione, si è tormentato a lungo per portarla avanti; lavorando ossessivamente, cestinando a volte il materiale già pronto. Ma negli ultimi tempi andava ripetendo che il nuovo album era quasi pronto. E, a quanto pare, stavolta era deciso ad andare fino in fondo.
Nelle scelte del gruppo irlandese sembra di poter leggere il desiderio di smitizzare l’evento. Il disco è stato reso disponibile sul loro sito e, quando questo è prevedibilmente collassato sotto il numero delle richieste, anche su youtube. Un ritorno all’insegna dell’understatement, senza maiuscole, a cominciare dai titoli dell’album e delle canzoni — che d’altro canto sono  già un commento alla propria genesi.

L’iniziale she found now riallaccia il discorso interrotto ai tempi di  Loveless, riportando a quelle sonorità; sono già stati tracciati a questo proposito paragoni con Sometimes. Anni dopo, Shields e la Butcher suonano ancora come li ricordiamo, e ascoltarli cantare di nuovo è come risentire le voci di vecchi amici. La sensazione di familiarità prosegue anche con only tomorrow, che sommerge Bilinda Butcher sotto una tormenta elettrica grondante di feedback; eppure il suono è più angolare che in passato, e la stratificazione delle chitarre risulta a volte spigolosa piuttosto che impalpabile. Un’impressione che si ripete con la successiva who sees you, introdotta dalla rincorsa della batteria di Ó Cíosóig in un riff aggressivo per quanto attutito, una delle caratteristiche peculiari del suono del gruppo. Stridente è anche l’assolo finale, in un disco che fa un ricorso limitato alle alte frequenze. E la conclusione del brano, che si interrompe bruscamente come un risveglio improvviso, offre la prima sorpresa.

Le aspettative vengono ulteriormente spiazzate da is this and yes, in cui la voce della Butcher è accompagnata unicamente da un vaporoso organo elettrico e da percussioni che fungono più da contrappunto tonale che da ossatura ritmica, tanto da non seguire apparentemente alcun pattern. La coda sussurrata suggerisce il passaggio ad un’altra fase REM, e riporta alla memoria i pezzi dell’EP Tremolo. is this and yes non avrebbe stonato nella colonna sonora di Lost in Translation, vale a dire in un contesto post-MBV. La successiva if i am sviluppa un’idea melodica molto simile, come lo stato d’animo di un sogno che persista anche durante la veglia. A conclusione del trio di brani più morbidi dell’album, new you è il più orecchiabile, sintomo della vocazione pop di Shields, che ha confessato di essersi ispirato proprio ai Beach Boys — citati anche dal Fennesz di Endless Summer, un altro musicista che ha costruito una carriera su textures e rumore. Ma l’ostinato quasi motorik della sezione ritmica prelude piuttosto  a quanto segue.

L’ultimo terzo del disco suggerisce infatti una nuova direzione, affatto accomodante. in another way è annunciata da un paio di feedback a malapena imbrigliati e da una batteria al galoppo; l’intero brano, come i seguenti, è percorso, quasi lacerato da un’energia cinetica che fa pressione su tutti i punti d’appoggio alla ricerca di una via d’uscita; l’unico sollievo è offerto da un synth etereo. Dopo l’ennesima conclusione brusca, la tensione è mantenuta da nothing is, brano strumentale che per duecentoquindici secondi ripete lo stesso martellante riff: una soluzione più vicina al motorik, appunto, che non allo shoegaze. Ma è nella conclusiva wonder 2 che la tensione cresce al punto che il brano pare letteralmente voler decollare.

m b v è sorprendente in più di un senso. Nonostante la lunga gestazione e la cura certosina cui Shields ci ha assuefatti, suona (volutamente, a suo dire) grezzo, spontaneo e aggressivo. E d’altro canto non avrebbe senso considerarlo un disco del 2013: è uscito da un buco nero di ventidue anni, e non può che essere fuori dal tempo.
Alla fine, ci rendiamo conto di aver ascoltato per l’ennesima volta un disco dei My Bloody Valentine a volume troppo alto. Ci fischiano le orecchie. I MBV sono tornati.

My Bloody Valentine, m b v, Pickpocket, 2013.

Giudizio: 4/5.


23.03.2013 4 Commenti Feed Stampa