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Cate, io di Matteo Cellini

di Martina Finelli

Cate ioStamattina non sono uscita.
Il mio costume riposa ancora, accuratamente riposto nell’armadio dell’immaginazione.
Non l’ho indossato, ma sapere che c’è mi rassicura e mi intristisce insieme, perché un’armatura, in fondo, non è altro che una barriera, anche se ha il compito di proteggerti dagli sguardi taglienti di chi ti passa accanto.
State pur certi però che, prima di mettere il naso fuori dalla porta, mi farà aiutare a tirare su la zip e a far aderire la maschera alle mie vulnerabili fattezze.
Faccio come Cate è la mia supereroina preferita è costretta a trincerarsi dietro una cortina intessuta di rabbia cinismo e rassegnazione per impedire che il suo grosso e inadeguato corpo entri in rotta di collisione con la vita degli altri.

Caterina è obesa e questo la fa sentire un’aliena, o meglio una non-persona, che non riesce neanche più a sperare di “giocare da titolare” nella vita di tutti i giorni, a fianco di quelli che considera persone.
Leggere di questa adolescente cresciuta troppo in fretta e costretta a rifugiarsi in se stessa per trovare riparo dal resto del mondo, dai suoi coetanei spietati e immaturi, lontani anni luce dai suoi pensieri e dai suoi progetti, è un’esperienza che non può lasciare indifferenti. E’ un malessere comune, quello di Cate, che ci avvicina e ci tiene a distanza gli uni dagli altri come oggetti alla deriva in un campo elettromagnetico impazzito: tutti ci siamo sentiti così, per un motivo o per un altro, almeno una volta nella vita.

Cate brandisce la sua rabbia come un’arma, porta il vessillo della sua inadeguatezza con fiera ostinazione, si riempie la testa di pregiudizi e di cattiverie che crede possano temprarla, ma che non fanno altro che ferirla. Si autopunisce, Cate. Si tratta male, prima che possano farlo gli altri. Prova a farsi a pezzi, prima che gli altri la distruggano.
Cate condanna tutti, a priori, con quell’arroganza tipica dell’adolescenza, e si impedisce così di andare oltre le quarte di copertina che le orbitano intorno.
E fa male, ma veramente, è vederla crollare sotto il peso della guerra civile interiore, quella che imperversa tra cuore e cervello.
Cate, come tutti quelli come lei, è divisa tra il desiderio di bastarsi e la nuda consapevolezza che la felicità è solo nella condivisione, nell’altro; e forse crescere significa proprio imparare ad aprirsi quel tanto che basta per accogliere soltanto lo sguardo di chi se lo merita, una capacità che non bisogna mai smettere di affinare.

C”è tutta la testardaggine tipica dell’adolescenza nelle pagine di questo splendido esordio di Matteo Cellini, che pur affrontando un tema spesso abusato, come il disagio, non scivola mai nella banalità, nell’ovvio.

Il fiore all’occhiello di questo romanzo, oltre alla protagonista in cui mi sono identificata, non so se è chiaro da quanto scritto finora!*,  è lo stile [lo stile è qualcosa che supera l’oscenità, come un lieve vuoto pneumatico che preceda un terremoto n.d.r.].
La realtà, passando per l’occhio dell’autore, si fa grafica: i contorni sembrano ripassati col trattopen e ogni superficie diventa il frutto di insoliti legami tra carta e inchiostro, con le giornate che si dividono in paragrafi e gli amori che finiscono fuori catalogo. Uno sguardo, quello di Cellini, che sa di novità e illumina le piccole cose, quelle di tutti i giorni, con una grazia e una freschezza inedite che rendono i contorni più nitidi e i colori più brillanti; come se l’autore avesse scelto le parole una ad una, con una cura spasmodica, aggiustandole e rigirandole sulla pagina in modo che comunicassero al meglio l’immagine che aveva in testa, fino a delineare una realtà piena e insieme scivolosa, malleabile e colorata, come una città disegnata coi pastelli a cera.

Matteo Cellini, Cate, io, p. 216, 16,00 euro, Fazi, 2013.

Giudizio: 5/5

*[n.d.r.] Sì, è chiaro, come limpido è il concetto che Cellini sia un amico. Non dettiamo specifiche linee editoriali, ma in questo caso faremo un eccezione: “Cate, io” di Matteo Cellini è il peggior romanzo italiano degli ultimi mesi. Il peggiore: da evitare! Comunque vi basterà sfogliarlo per imbattervi in pagine dove lo stile “avventuroso” dell’autore vi farà dubitare della vostra vista… (giugno, 2013)


16.03.2013 Commenta Feed Stampa