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Pieno giorno di J. R. Moehringer

di Enzo Baranelli

MoehringerLa scrittura è vicina a quella di Ellroy, ma J. R. Moehringer, pur nella paratassi più fitta, riesce a evitare la prosa ellittica, mentre rimangono tracce di una deriva anfetaminica, dettata da un’urgenza, da una mancanza di tempo. La vigilia di Natale del 1969, Willie Sutton, il più famoso rapinatore di banche d’America (ricordato per la risposta alla domanda sul perché rapinasse le banche: “E’ lì che ci sono i soldi”) viene rimesso in libertà dalla prigione di Attica. Il giorno successivo al rilascio lo passerà insieme a un giornalista e un fotografo: “stranamente l’articolo che ne uscì era superficiale, infarcito di errori – o menzogne – e carente di vere rivelazioni”. Pieno giorno di Moehringer ripercorre il Natale del 1969 e attraverso gli spostamenti di Sutton insieme a “Fotografo e Giornalista”, introduce la sua versione di ciò che accadde nei sessantotto anni precedenti. Un giorno, una vita. Anche i dialoghi, inseriti all’interno della narrazione rimandano allo stile di Ellroy, Moehringer è un osservatore acuto, dotato di forte empatia (è il ghostwriter della fortunata autobiografia di Agassi, “Open”) e dimostra un’attenzione meticolosa per i particolari, quindi il ritmo può cambiare, rallentare o accelerare, mentre per lo scrittore di Los Angeles l’ellissi scava un vuoto che fa da cassa di risonanza per un ritmo in continua accelerazione, un cervello in fiamme.

Qui Willie Sutton gioca con i suoi accompagnatori, fornendo a “Fotografo e Giornalista” versioni discordanti di uno stesso evento: lui è l’uomo alla fine della storia (forse) per il quale “la coerenza è una prigione per piccole menti” (R. W. Emerson). Moehringer dispone di fronte al lettore una ricchissima serie di eventi, li osserva come diamanti, ma senza indugiare troppo da vero professionista. Nell’intarsio tra descrizioni e azione l’autore usa una prosa ricavata da un linguaggio bilanciato e sottile, ma allo stesso tempo diretto, capace di tenere il tempo di questa corsa verso la fine. Nelle sue fughe, riuscite o meno, da diversi penitenziari Sutton dimostra tutta la sua forza di volontà. In prigione legge moltissimo, progetta, rimane vivo, e appena fuori si riappropria della vita con un’innocenza e una purezza impensabili. E’ il 10 febbraio del 1947, nevica, nella fuga da Holmesburg rischia di rimanere congelato, poi un camionista gli dà un passaggio: “Il fumo riempie i polmoni e accelera il flusso di sangue e gli ridona all’istante vitalità, voglia di vivere. Tira un’altra boccata, e un’altra e un’altra, e racconta a Camionista delle storie, storie avvincenti, storie fantastiche, storie completamente false, che però tengono svegli entrambi. Se la vita non è stata nient’altro che la preparazione a questo momento, a questa eterea euforia, a questo legame con uno sconosciuto, allora vuol dire che non è trascorsa invano”.

Il lettore nel corso di ricordi, ammissioni, reticenze si rende conto di avere davanti un quadro quasi astratto che contrasta con la concezione della vita di un uomo disposta su una linea retta del tempo. Nella vita le linee rette sono illusioni, la curvatura terrestre stessa impone svolte inattese. Quando Giornalista vuole fare i conti con la vera vita di Willie Sutton si ritrova solo con un enigma: “La sua teoria è che Sutton abbia vissuto tre vite separate. Quella che ricordava lui, quella di cui parlava agli altri e quella vera. Fino a che punto queste vite si siano sovrapposte rimane un mistero. Molto probabilmente, non lo sapeva neanche lo stesso Sutton”.

J. R. Moehringer, “Pieno giorno”, (ed. or. 2012), pp. 471, 19,50 €, Piemme, 2013.

Giudizio: 4/5.


11.03.2013 Commenta Feed Stampa