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Armageddon Rag di George R. R. Martin

di Daniele Cohen

armageddon-rag-martin-gargoyle-280x397Un filotto di eccezioni ha segnato questa mia lettura. Tanto per cominciare, una volta tanto ho comprato un libro attratto dalla copertina senza restarne poi deluso. Era lì, in bella vista, ma in un settore della libreria che normalmente non frequento. La copertina spuntava da uno scaffale e non ho resistito ai cerchi concentrici, colorati e psichedelici con l’estremità  del manico di una chitarra elettrica al centro. Mi sono avvicinato al libro e l’ho aperto nonostante abbia letto il nome dell’autore, George R.R. Martin. Perché forse Martin è il più celebre autore di fantasy, ma io non sono mai stato un lettore di fantasy. Terza eccezione. E’ vero, George R.R. Martin è uno scrittore di fantasy, ma questo suo romanzo non lo è. Quindi ho letto la trama nel risvolto di copertina:  accennava  a un tale che negli anni sessanta era un giornalista underground  per conto di una rivista, mentre ora fa lo scrittore annoiato a New York, e siamo nei primissimi anni ottanta, finché un giorno lo contattano nuovamente dalla rivista, che nel frattempo è diventata patinata e seriosa, per offrirgli l’incarico di scrivere un articolo sulla morte per omicidio di un ex promoter delle più importanti band del passato, fra cui i Nazgùl, gruppo rock simbolo degli anni sessanta. Lui accetta nonostante il parere contrario della fidanzata e parte per un mistico e intenso viaggio attraverso l’America del suo passato. A quel punto la mia curiosità per il libro era cresciuta ancora, perché la musica e i viaggi mistici e avventurosi mi hanno sempre interessato, anche se nel corso degli anni la musica ha iniziato a soddisfarmi di meno. Pure lei. Il colpo di grazia però me l’ha dato la dedica in epigrafe, e anche questa è un’eccezione, perché non avevo mai comprato prima un romanzo solo per via della copertina e di una dedica.

Scritto e ambientato nei primi anni ottanta, quando i giovani ormai da Hippie si erano trasformati in Yuppie, la vicenda parte proprio da un misterioso ed efferato omicidio che sembra essere collegato alla band dei Nazgùl. Un gruppo  (inventato) che suonò a West Mesa, dopo Woodstock e prima di Altamont e il cui cantante venne ucciso dal proiettile di un cecchino mai individuato. Fu la fine del sogno, il declino della band ma anche quello di tutta un’era. Il protagonista viaggia attraverso mezza America alla ricerca dei membri superstiti della band e riallaccia i contatti con alcuni amici e amori del suo passato. Tutti ex giovani che nei sessanta sognavano il cambiamento. Volevano e credevano di poter cambiare il mondo a suon di musica.  Pensavano, si illudevano, che il futuro sarebbe stato migliore, ne erano certi. Lo avrebbero reso tale. Erano giovani e il tempo era dalla loro parte.  Sapevano ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, sapevano chi erano i cattivi, e fra di loro c’era un senso di appartenenza che non si ripeté mai più nelle generazioni successive. Lottarono per i diritti e rivoluzionarono una volta per tutte il rapporto fra uomo e donna, si batterono per far cessare la guerra, in nome della pace e dell’amore occuparono, protestarono, si presero la loro dose di randellate e alla fine il mondo li indurì, il sogno ebbe fine e la pace e l’amore si rivelarono, negli anni settanta, pantaloni a zampe d’elefante, capelli lunghi, disco music e minigonne. I personaggi del romanzo crescendo si sono dovuti adattare perché a vent’anni vivere alla giornata inneggiando pace e amore suona romantico, ma a venticinque diventa noioso, a trent’anni deprimente e a quaranta del tutto grottesco. M’è piaciuto. Anche se la storia poi si tramuta in una genere che non amo, anche se certi dialoghi mi sono sembrati un po’ scontati e certe descrizioni piuttosto piatte. Anche se i personaggi a volte appartengono a cliché, nonostante sia un romanzo molto imperfetto non ho potuto fare a meno di leggerlo fino in fondo, a partire dalla dedica che è stata fondamentale nel farmi acquistare il libro.

“Ai Beatles, agli Airplane e agli Spoonful e ai Dead, a Simon & Garfunkel, Joplin e Hendrix, ai Buffalo Springfield e ai Rolling Stones, ai Doors e ai Byrds, I Mamas & Papas, a Melanie, a Donovan, a Peter, Paul e Mary, agli Who, e ai Moody Blues, e ai Moby Grape, ai Country Joe and the fish, Paul Revere & The Raiders, a Bob Dylan e Phil Ochs e Joan Baes e Joni Mitchell, ai Mothers of Invention e agli Smothers Brothers, agli Hollies e gli Association e i Beach Boys e anche a Herman and the Hermits, ai Creedence Clearwater Revival, all’innocenza perduta e ai sogni splendenti, brillanti”.

Sì, se credete che sia un libro un po’ nostalgico, non vi sbagliate, ma non è solo un libro di ricordi. Non si possono scrivere libri o canzoni che parlano solo di ricordi,  altrimenti tanto varrebbe mettersi a guidare un camion, per dirla riportando il brano di una canzone nel libro. E’ quindi “anche” un libro nostalgico, ma soprattutto  musicale, grondante canzoni dalla prima all’ultima pagina; dedicato alla musica e a chi rese possibile illudersi e sperare, perché anche se scriverlo suonerà un po’ retorico,  in un mondo che si preparava a diventare un incubo,  loro, i giovani e i musicisti dentro la dedica,  furono il sogno.

Poi, come cantava Dylan, i tempi cambiarono.

George R. R. Martin, “Armageddon Rag”, (ed. or. 1983), pp. 478, 16,50 euro, Gargoyle, 2013.

Giudizio: 4/5.


23.02.2013 Commenta Feed Stampa