Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Il giardino delle pesche e delle rose di Joanne Harris

Il giardino delle pesche e delle rose di Joanne Harris

di Chiara Condò

Joanne Harris è un’autrice che ama ripetersi. La sua consistente produzione (14 romanzi, 1 raccolta di racconti, 2 ricettari) è come un paese di provincia in cui tutti si conoscono, vivono più o meno le stesse situazioni e visitano i posti di sempre. Le connessioni che legano i suoi libri (a volte fitte, altre appena accennate) hanno creato un luogo letterario a cui i suoi lettori amano tornare, e il nucleo centrale di questa architettura è composto dalla fortunata trilogia di Chocolat.
Il giardino delle pesche e delle rose è la terza parte della storia di Vianne Rocher, ed è rivolto a un pubblico che ne conosce già i personaggi e le vicende: Vianne, come ricorderà chi ha letto Le scarpe rosse, vive a Parigi con Anouk, Roux e la figlia avuta da lui, Rosette. Un giorno una lettera della vecchia Armande la riporta a Lansquenet, e in un torbido agosto la donna e le bambine, come otto anni prima, si ritrovano sulla salita che porta al paese. Lansquenet pare a Vianne lo stesso posto che si era lasciata alle spalle, anche a differenza di anni; tuttavia Les Marauds, la zona in cui gli zingari del fiume erano soliti accamparsi, è cambiata pesantemente e adesso ospita nuovi stranieri. La folta comunità musulmana del paese, composta da “marocchini, algerini, tunisini, berberi”, dopo un periodo di pacifica convivenza diventa un focolaio di contrasti improvvisi e inspiegabili, causando forti tensioni. Facendosi di nuovo strada attraverso i cuori reticenti e diffidenti degli abitanti, Vianne smusserà gli angoli delle incomprensioni e si farà silenzioso cardine di un’ennesima e prevedibile riappacificazione.

Appesantito da un punto di vista molteplice e ingombrante, il romanzo segue lo sviluppo di altre opere della Harris: cavallo che vince non si cambia, e l’autrice ha deciso di abbandonarsi ancora una volta ai capitoli brevi e numerosi, provando solo timidamente a introdurre qualche cambiamento nei vari personaggi, e nessuno nello stile e nella struttura del libro. Così l’originalità di Vianne viene soffocata da rituali usati e abusati, che tornano nella scrittura come imbarazzanti strizzatine d’occhio. Inutilmente viene riproposto il tratto che rappresentava la particolarità stessa di Vianne: la magia domestica dei suoi gesti e della sua cucina si dissolve nell’impatto con il moderno. Il tentativo di conciliazione tra il mondo privato di Chocolat e la contemporaneità fallisce miseramente, traducendosi in un sentimento di estraniazione e disagio. Si ha quasi l’impressione che un’altra persona ben diversa dalla Harris abbia scritto il romanzo, mescolando insieme punti forti di altre opere: il risultato è un minestrone di idee già lette altrove, incastrate quasi sempre in maniera completamente gratuita e inadeguata.
Quasi come in uno specchio distorto, Vianne compie il suo ritorno durante un periodo di digiuno religioso (era la Quaresima prima, è il Ramadan adesso), e la sua identità di nomade e straniera si riflette nelle vicende della comunità musulmana di Lansquenet, che ben presto assorbirà completamente l’attenzione della Harris: una sfilza di esotici nomi arabi ingarbuglia la narrazione e non è così difficile perdere il filo del discorso, pur immaginando già dove la scrittrice voglia andare a parare. Anche la figura dell’uomo nero, nemico ancestrale di Vianne, viene sminuita durante il trasferimento da pére Francis Reynaud a Inès Bencharki, la regina scorpione celata dal nihab. Così anche la tematica dell’integrazione tra culture diverse, pur essendo un proposito quantomeno filantropico, si rivela la scelta meno adatta per una storia iniziata male, condotta peggio e conclusa sbrigativamente. La stessa qualità della traduzione mi fa dubitare fortemente, a meno che la traduttrice non abbia deciso di riportare, insieme al testo, anche i difetti di una scrittura superficiale e quasi a buon prezzo.

Quella che doveva essere un’attesa réunion, dunque, si è rivelata un incontro mal combinato tra individui che il tempo ha tirannicamente cambiato; tra queste persone penso vada annoverata la Harris stessa, che sembra aver piegato la sua penna a esigenze ben diverse da quelle dettate dalla sua ispirazione.

Joanne Harris, “Il giardino delle pesche e delle rose”, traduzione di Laura Grandi, pp. 433, €18,80, Garzanti, 2012
Giudizio: 1/5


26.01.2013 2 Commenti Feed Stampa