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Goodspeed You! Black Emperor, ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

di Alessandro Montagner

CST081cover_hiresFor us, every tune started with the blues but pointed to heaven near the end, because how could you find heaven without acknowledging the current blues?” (guardian.co.uk, 11 ottobre 2012)

Il nuovo album dei Godspeed You! Black Emperor arriva esattamente dieci anni dopo il precedente Yanqui U.X.O., a sua volta capitolo conclusivo di un quinquennio discograficamente intenso: in tre LP e un EP, il collettivo di Montreal ha disegnato uno scenario musicale originale, che unisce dinamiche post-rock, dimensione cameristica, vocazioni avanguardistiche, voci di strada e suoni trovati in composizioni dal respiro cinematografico.

Irresistibile la tentazione di fare il punto della situazione, come pitchfork che ha recensito il disco con un punteggio stellare: “Once again, their timing is impeccable. If Godspeed around the turn of the millennium felt like a band of the moment, now, in a time of rapid cultural turnover and bite-sized music consumption, they feel out of step in a very necessary way. It’s tempting to look at ‘Allelujah! through the lens of politics, especially since Godspeed themselves have so often encouraged this viewpoint”.
Yanqui U.X.O. era il loro disco più apertamente e urgentemente politico: la copertina, i brani con titoli quali Rockets Fall On Rocket Falls e lo stesso titolo dell’album — un acronimo insolitamente conciso per Yankee Unexploded Ordnance, con riferimento alla guerra in corso in Afghanistan e a quella allora imminente in Iraq — puntavano nella stessa direzione, svelata nel booklet dall’ormai noto diagramma che illustrava le connessioni delle principali compagnie musicali con l’industria bellica. Ma il modus operandi del collettivo è sempre stato programmaticamente politico. La prassi anti-corporativa della loro casa discografica, la Constellation Records, favorisce i rivenditori indipendenti, supporta la scena musicale di Montreal e impiega artigiani locali nella manifattura dei packaging, che sono sempre piccole meraviglie. La stessa coerenza e consapevolezza si ritrova ora in una rara, e bellissima, intervista per il Guardian: “All music is political, right? You either make music that pleases the king and his court, or you make music for the serfs outside the walls“.
A seguito di Yanqui U.X.O. i GYBE aveva stabilito una pausa lavorativa, interrotta nel dicembre 2010 dall’All Tomorrow Parties inglese e quindi da una rinnovata e incessante attività concertistica, convogliata ora nell’inattesa pubblicazione del nuovo disco. In un certo senso il gruppo ha ripreso il discorso interrotto un decennio fa: le due principali composizioni in scaletta, venti minuti scarsi ciascuna, erano già parte del loro repertorio live e note all’epoca come Albanian e Gamelan. Conseguentemente è proprio a Yanqui U.X.O. che il disco assomiglia, alla sua urgenza, potenza ed essenzialità. Per l’occasione i due brani sono stati affilati e portati al punto di massima tensione.

L’iniziale Mladic si apre con un sample vocale (l’unico del disco, insolitamente): “With his arms outstretched. Ok? Can you get him? Can you see him?” seguito da un bordone di chitarre e archi, punteggiato da una pioggia di note. Un crescendo della sezione ritmica conduce ad una successione di riff minacciosi e scuri che si stagliano sul rombo dei due batteristi, fino a raggiungere una pesantezza quasi doom metal.
We Drift Like Worried Fire
è inaugurato da una chitarra pizzicata sul brusio del contrabbasso, presto sostituito da un violino straniante. Segue una sezione di lirismo maestoso, introdotta dagli archi in contrappunto con gli strumenti elettrici, che suggeriscono fraseggi di disperata bellezza. Circa a metà il pezzo si spegne, per poi sviluppare progressivamente un’altra sezione, forse il punto più alto del disco, dall’incedere inquietante e quasi marziale finché non si volge al cielo, per poi chiudersi in modo accorato.
Oggi che il cosiddetto post-rock è giunto alla seconda (o meglio terza) generazione, queste composizioni ristabiliscono il primato. Pochi gruppi possono vantare la sensibilità dei GYBE per la composizione, l’arrangiamento e anche solo per l’atmosfera di un brano, la sua tessitura. Quest’ultimo punto è dimostrato dai due pezzi brevi dell’album (sotto i dieci minuti, sono in effetti i più brevi del loro repertorio): due drones, ribollenti di feedback, dallo sviluppo orizzontale anziché verticale. Nella scaletta del CD i due brani sono alternati alle due composizioni più lunghe, e fungono da intermezzo. Sul vinile sono però stampati su un apposito 7”, a causa del minutaggio complessivo dell’opera; e non è mancato chi ha osservato come questa disposizione permetta l’ascolto reiterato di Their Helicopters’ Sing e Strung Like Lights at Thee Printemps Erable come se si trattassero, per l’appunto, di una pubblicazione a sé stante. A cui in effetti è stata dedicato anche un articolo sul mensile di pitchfork, The Out Door.

Il canone di questo ensemble è ricco di inviti alla trascendenza, dalla notazione F♯ A♯ ∞ che dava il titolo alla loro prima uscita discografica alla tensione verso il cielo di Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven. Il nuovo album incita a non piegarsi ad un momento storico scoraggiante, ma a prenderne atto e a reagire risolutamente. Una prova di forza e maestria.

Godspeed You! Black Emperor ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!, Constellation Records, 2012.

Giudizio: 5/5.


18.12.2012 3 Commenti Feed Stampa