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Limonov di Emmanuel Carrère

di Chiara Biondini

LimonovPer essere completamente poeta gli manca soltanto il nome, qualcosa che suoni meglio del suo infelice cognome da bifolco ucraino. Una sera il gruppetto riunito da Anna si mette a inventare nomi per gioco. Lénja Ivanov diventa Odejalov,  Melechov diventa Buchankin, e Eduard Savenko diventa Ed Limonov, un tributo al suo spirito acido e bellicoso perché in russo limon significa “limone” e limonka “granata”. Gli altri lasceranno perdere i loro pseudonimi, mentre Eduard manterrà il proprio. Anche del suo nome vuole essere debitore soltanto a se stesso”.

Questa storia comincia nel 1943 a Dzeržinsk, Russia, e finisce nel 2009, a Mosca, passando per l’Ucraina, la Francia, l’America, i territori baltici, di nuovo la Russia, muovendosi in quartieri di periferia, attici da milionari, campi di battaglia, carceri, salotti bohémien.

Poeta, dissidente, emigrato, scrittore, politico, Limonov è stato molte cose, ma in fondo è sempre lo stesso: un uomo che desidera essere grande. Di tutte le immagini di Limonov che Carrère dispiega sotto i nostri occhi, ce n’è una che mi è rimasta impressa più delle altre, ed è quella di un Limonov incredibilmente frustrato, un Limonov costretto a osservare la Storia invece di esserci dentro. Nel 1993 in Russia ci fu una grossa crisi costituzionale. Il parlamento depose l’allora Presidente Eltsin e nominò Aleksandr Rukoj presidente ad interim. Un gruppo di parlamentari si asserragliò all’interno della Casa Bianca e iniziò l’assedio durato dieci giorni e costato la vita a 187 persone. Ciò che rende questo fatto più rilevante di altri, per Limonov, è che lui si trovasse all’interno della Casa Bianca fino a poche ore prima. E’ uscito al momento sbagliato e ha perso un’occasione unica.

“L’assedio si protarrà per dieci giorni, e saranno i giorni più crudeli della vita di Eduard, che darebbe dieci anni, un braccio, qualsiasi cosa per tornare indietro e non fare la cazzata di uscire, per essere ancora dentro con gli intrepidi che, ne è certo, fra poco venderanno cara la pelle. Che cosa fare? Starsene là impalato ad aspettare dietro i cordoni di polizia, nella speranza che si apra un varco, o tornare a casa a guardare i notiziari? Ovunque si trovi, Eduard si sente al posto sbagliato”.

Questa è la vera cosa insopportabile, per un personaggio come Limonov: non essere dentro la Storia, ma anzi, ancora peggio: averla a portata di mano, e perderla per un soffio. Carrère ha cominciato da quello che doveva essere un articolo, ed è finito con lo scrivere un libro che ha occupato due anni della sua vita, che spesso lo ha fatto sentire in difficoltà, lo ha disgustato – quasi – e che alla fine lo ha reso, probabilmente, diverso. Limonov è un personaggio che non può lasciare indifferenti, è un uomo complesso, un protagonista che il più fantasioso romanziere probabilmente avrebbe fatto fatica ad immaginare. E’ contraddittorio pur rimanendo fermo su determinati principi, dai quali non si distoglierà mai, ovunque si trovi, chiunque abbia di fronte, qualunque privilegio gli venga offerto. E’ fedele solo a se stesso, crede solo in se stesso. Capace di immensa e inaspettata generosità, così come di bassezza e crudeltà. Capace di uccidere.

“Eduard capisce allora una cosa fondamentale, ossia che ci sono due categorie di persone: quelle che si possono picchiare e quelle che non si possono picchiare, non perché siano più forti o meglio allenate, ma perché sono pronte a uccidere. è questo il segreto, l’unico, e il bravo piccolo Eduard decide di passare nella seconda categoria. Sarà un uomo che nessuno colpisce perché tutti sanno che è capace di uccidere”.

E lo sarà davvero, perché se Limonov si mette in testa una cosa, si può star certi che l’otterrà. L’ossessione della grandezza è una scomoda compagna di vita, ancora di più se nasci in un certo Paese in un determinato momento storico, quando la libertà di pensiero è un crimine e l’autonomia intellettuale un’utopia. Limonov detesta personaggi come Solzenicyn e Brodskij, non tanto (o non solo) per le loro idee, ma per il fatto che posseggano qualcosa che a lui sarà sempre negato: la Gloria, l’ammirazione delle folle, il consenso. Li reputa in fondo personaggi da quattro soldi, e già da questa arroganza si può intuire con che razza di irritante farabutto abbiamo a che fare. Anche da fallito, anche da povero, anche in prigione (soprattutto in prigione, perché per uno come lui, eroe indiscusso di un romanzo epico, la prigione è un passo fondamentale), Limonov non cesserà mai di cercare quella grandezza, quel tributo a se stesso che considera dovuto. La sofferenza, le umiliazioni, i rifiuti, l’infanzia difficile, i momenti di immensa popolarità: tutti tasselli di un unico puzzle, un quadro dal quale ci fissa un uomo normale e straordinario, rendendoci quasi impossibile distogliere lo sguardo.

 

Emmanuel Carrère, “Limonov”, (ed. or. 2011, trad. Francesco Bergamasco), pp. 356, 19,00 euro, Adelphi, 2012.

Voto: 5/5


14.12.2012 2 Commenti Feed Stampa