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Skagboys di Irvine Welsh

di Enzo Baranelli

skagboysLa scrittura di Welsh si muove veloce da una serata a Blackpool alla fabbrica dove Mark Renton esegue meccanicamente il suo lavoro. Deve esserci uno schema in questa ripetizione: settimana poi weekend autodistruttivo con sesso occasionale, e poi lunedì ricomincia il ciclo.

Esistono momenti, molti, in cui la narrazione di Welsh si rivela oltre forma e sostanza. Non è un autore scoppiato come Palahniuk e neppure è stato gonfiato appoggiandoci sopra una lente d’ingrandimento; e poi quel che segue, si sa, è un bel falò oppure ti ritrovi nella lista dei bestseller e il tuo conto in banca aumenta come lo schifo dei lettori (non le pecore) che se potessero ti prenderebbero a calci in culo da qui al Polo Sud (e ritorno). In “Skagboys” siamo poco prima dell’entrata in scena dell’eroina e poi eccola, la “skag” con il suo universo rituale e spietato. Nel prologo (nel corso della narrazione, scopriremo cosa è realmente quella pagina di diario) si racconta della battaglia di Orgreave, 1984, un massacro programmato; la foto famosa del poliziotto a cavallo che carica un manifestante è ripresa (ma può benissimo essere una citazione involontaria considerate le migliaia di manifestazioni e l’atteggiamento, sempre uguale, di chi governa in merito al dissenso), in una puntata della prima stagione della serie (BBC) “The Hour”: ecco loro hanno serie cool (è un eufemismo) come “Luther” (solo la sigla varrebbe un premio) con Idris Elba oppure “The Hour” (ora alla seconda stagione) e noi? “Don Matteo”! Roba che poi rischi davvero di prendere in considerazione svaghi meno salutari. Irvine Welsh si può esprimere in terza persona oppure passare da Mark Renton a Sick Boy: le descrizioni cambiano, ma persiste una nota comune. Mark entra in una stanza e in poche righe la fotografa:

battle-of-orgreave” Un divano sfondato, due tavolini identici di tek, una poltrona violentata e un paio di materassi pulciosi formano l’arredamento della stanza. Sembra un posto che si usa solo per il consumo delle droghe, colla possibile eccezione di qualche stupro collettivo ogni tanto”. Il lettore avverte diversi tipi di sensazioni: abbiamo informazioni sull’ambiente, ma anche sulla persona che sta raccontando. La bravura di Welsh è mescolare la visione in un’unica bordata che spara contro il lettore. E ci ritroviamo tramortiti, mentre il racconto scorre via, nella traduzione di Massimo Bocchiola che ha inventato uno slang ormai inchiodato alla produzione letteraria di Welsh.

Edimburgo, con un intervallo londinese, è lo sfondo della storia: Meadows, Princes Street, ma soprattutto “coree” che sarebbero complessi abitativi popolari (in effetti detta così suona da assessore all’edilizia), dove i personaggi intrecciano amicizie e ricordi  d’infanzia. “Skagboys” è il prequel di “Trainspotting”, i cui personaggi si trovano nel successivo “Porno”: Welsh compone un romanzo vasto nella lunghezza e nella profondità. Spesso la risata tragica fa la sua comparsa, e più spesso ancora le forze defluiscono, anche se pompate dalle anfe: il vuoto lasciato dalla “skag” è come una singolarità nuda. “Sto pensando che abbiamo perso, e che abbiamo davanti tempi brutti, e mi chiedo: che cazzo ci farò con il resto della mia vita?”.

Irvine Welsh, “Skagboys“, (ed. or. 2012), pp. 619, 20 euro, Guanda, 2012.

Giudizio: 4/5.


8.12.2012 1 Commento Feed Stampa