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Fatti il tuo paradiso di Mariusz Szczygieł

di Chiara Condò

Szczygieł “intercetta storie di gente comune”; le passa al vaglio con l’occhio del reporter che conosce la ricchezza nascosta nei dettagli più scontati, scartando di proposito i nomi già grandi, per concentrarsi sulle esistenze apparentemente più anonime. Francesco Cataluccio,  nel suo ultimo libro edito da Sellerio, lo inserisce proprio sotto la voce DETTAGLI, sottolineando la tenacia della sua ricerca: “la Verità si annida nei dettagli. E’ là che bisogna quindi provare a cercare le chiavi per tentare di dare un senso al caos delle nostre vite”.
Continuando sulla strada intrapresa con Gottland (Nottetempo, 2009), il giornalista polacco ritorna nella sua terra d’adozione, la Cechia, per raccontare aneddoti e momenti di artisti, letterati e gente comune, tutti accomunati dal tratto eccezionale della ‘cechità’ – quell’humour bizzarro di una nazione che è stata salvata dalla propria cultura fortemente antidepressiva.

Fatti il tuo paradiso è, prima di tutto, un eccezionale excursus sull’ateismo ceco: alla domanda “come vi trovate a vivere senza Dio?”, le risposte riportate variano da un laconico “bene” a “niente male”, “è una pacchia”. La Repubblica Ceca infatti è, al momento, la nazione europea più atea dopo la Svezia e l’ateismo è insito nella storia stessa del paese; quarant’anni fa Milan Kundera scriveva: “Quei mille e mille santi di pietra, che ci fissano da tutte le parti, ci minacciano, ci spiano, ci ipnotizzano, sono il lugubre esercito di occupanti che ha invaso  la Boemia trecentocinquant’anni fa per strappare dall’anima del popolo la sua fede e la sua lingua”. Così la minoranza cattolica, oltre a essere fortemente ridotta, si ritrova a vivere la propria fede quasi nascostamente, con disagio e imbarazzo. I credenti cechi sono i santi stolti della tradizione moderna: ‘stolti’ perché visti come sciocchi e ‘santi’ perché il credere in Cechia ha il tratto del martirio sociale. Alla domanda “come vive la sua fede in Cechia?” uno degli intervistati risponde: “Non so gli altri, ma il fatto che non mi senta di dirlo a nessuno dimostra quanto è difficile essere cattolici in questo paese. In un certo senso si viene presi per idioti. Questa è l’eredità del comunismo, a quel tempo la cosa migliore era non credere“.
Dall’altro lato i non credenti si muovono con scioltezza nel proprio disinvolto rapporto con il sacro, ben consci di abitare un paradiso in cui il senso di colpa è sconosciuto, perché sconosciuta e innaturale è la cultura del dolore e del peccato. Così, per Szczygieł, la Cechia è un paradiso perfetto ed essenziale, in cui i cechi stanno stesi a pancia in su a contemplare il cielo. E se una divinità c’è, è la ‘pohoda’, quel sentimento di benessere e buonumore che sta a guardia delle porte di un Eden bizzarro e rilassato. Alla luce di questa riflessione il confronto con la propria Polonia emerge spontaneamente nella riflessione del reporter: là dove i polacchi si coalizzano attorno alla sventura, i cechi si spargono presi da una gioia irrefrenabile. Quando nel novembre del 1989 il popolo ceco si è riversato in piazza San Venceslao per la caduta del muro di Berlino, i polacchi, dice Szczygieł, “non avevano affatto condiviso la gioia del momento, per dimostrare a loro stessi e al mondo che la loro sofferenza è unica e inimitabile“.

Più affollato ma meno vario del precedente Gottland, Fatti il tuo paradiso è un collage che sperimenta diverse tecniche narrative proprie del giornalismo: Szczygieł intreccia insieme interviste e cronaca sul telaio della propria esperienza personale, maturata in anni di appassionata osservazione del popolo ceco. Tuttavia la profondità del testo viene data più dalle risposte dei suoi intervistati che dai contributi del giornalista, a volte compiaciuto nel tono e forzatamente ironico a tratti; spesso Szczygieł insiste sulla particolarità tutta ceca del senso dell’umorismo fuori tempo, riportando la disperazione con cui i singoli si aggrappano a ogni occasione di risata per beneficio della comunità intera, e mi sembra che lui stesso si sia lasciato catturare da questa bislacca disarmonia.
Fatti il tuo paradiso è così il completamento del breviario ceco di Mariusz Szczygieł. Ad aiutarlo nell’impresa centinaia di mails e dichiarazioni che, come tasselli mobili, hanno contribuito a definire il mosaico animato di un popolo religiosamente devoto ai sentimenti più ingenui e teneri, che sa comportarsi come un bambino anche di fronte alla realtà più amara. Lo spirito ceco mi fa pensare a un brano del semiologo Lotman, che parlando dell’arte popolare russa scriveva: “pensiamo a come disegnano i bambini. Lo scopo della loro attività non è il disegno, ma il disegnare. E il disegno provoca un chiaro comportamento di gioco: parlano, gesticolano animatamente e gridano. L’oggetto che disegnano muta continuamente. È per questo che i bambini continuano ad aggiungere sempre nuovi dettagli sempre sul medesimo foglio, fino a quando, dal punto di vista degli adulti, non lo rovinano”. Così agli occhi degli occidentali l’emotività con cui i cechi interagiscono potrà sembrare più simile a uno scarabocchio che altro, ma per Szczygieł la Repubblica Ceca rappresenta una mappa precisa per un luogo in cui vivere più felicemente. Come scrisse Bohumil Hrabal all’amico Egon Bondy: “da Praga la strada per il paradiso è più breve. Magari ci rivedremo lì”.

Mariusz Szczygiel, “Fatti il tuo paradiso, traduzione di Marzena Borejczuk, pp. 337, €17,50, Nottetempo, 2012
Voto: 4/5


3.11.2012 Commenta Feed Stampa