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Leggendo Turgenev di William Trevor

di Chiara Biondini

Trevor_Leggendo-Turgenev“Il suo mondo era il negozio di tessuti e l’appartamento soprastante, le sue cognate, suo marito, le soffitte, il ricordo dell’amore di suo cugino. Sua era la città in cui tanto aveva desiderato vivere, con l’aria odorosa di torba e la gente interessata alla sua apparente sterilità”.

Leggendo Turgenev”, pubblicato originariamente nel 1991, non fu concepito da William Trevor come un romanzo a sé stante, ma come parte di una coppia di short novels (l’altra si intitola “My House in Umbria“) racchiuse nel volume “Two lives”. Due vite, due donne in fuga dal presente e dal passato. Una si troverà a rimpiangere amaramente le scelte compiute, mentre l’altra ce la farà, almeno in parte. Mary Louise Dallon è quella che non ce la fa. Trevor ce la presenta come “una donna, cinquantasette anni non ancora compiuti, esile e all’apparenza fragile”. Occorrono poche righe per capire che ci troviamo in un manicomio. Gli istituti stanno chiudendo, Mary Louise torna a casa, da quel marito che la rinchiuse più di trenta anni prima. Mary Louise è una donna tranquilla. Esiste placida nel suo universo fatto di ricordi, un universo che ci viene svelato poco alla volta, in un alternarsi di presente e passato, di presenza e assenza. Trevor ci conduce lungo una storia che pare sempre parlare a bassa voce, o addirittura restare in silenzio. Le uniche ad alzare i toni, in questo romanzo, sono le sorelle di Elmer, donne sole, acide, incattivite, che mal vedono il matrimonio del fratello con una donna molto più giovane, venuta a turbare equilibri rimasti immutati da anni. Mary Louise sposa Elmer non certo per amore, ma solo in virtù di ciò che egli rappresenta: la vita in città, lontano dalla campagna. Una vita  – così le pare – colma di cose belle, di piccoli lussi, di privilegi quotidiani. Scoprirà presto di aver fatto la scelta sbagliata. E deciderà, a questo punto, di ritagliarsi un piccolo mondo, un luogo privato nel quale nascondersi sempre di più agli occhi del marito e delle cognate. La vecchia soffitta, le corse in bicicletta. Una narrazione che scorre placida, quieta, che si muove tra personaggi che sanno e non dicono, per decoro, per rispetto, per paura. Il silenzio, l’indifferenza, e la muta rassegnazione, diventano compagne di vita per Mary Louise, fino al giorno in cui il caso la condurrà alla lontana casa della zia, e all’incontro con il cugino Robert, un fragile ragazzo invalido, primo amore ai tempi della scuola. Seduti in un cimitero, leggendo Turgenev, i due giovani scopriranno che l’amore ha molti modi per trovare la strada, che l’amore – a volte – ha poco a che fare con il corpo e molto con la mente, con la comunione di emozioni, intenti, attimi e silenzi. Mary Louise forse non sarà una donna felice, eppure – in un qualche modo – riesce a essere serena, salda nel proprio amore, mai consumato e sfuggito troppo presto. Una creatura che – con la sua incrollabile dolcezza – lascia quasi senza fiato: “Mentre se ne sta lì davanti al banco, e gli sorride, la sua vita sembra misteriosa come un atto di Dio, la sua innocenza e il suo amore sconfinato sono arbitrariamente lì, il suo ultimo modesto desiderio destinato a non essere esaudito. Il dolore generato in lui da questi pensieri si trasforma in un’apprensione familiare: la contemplazione della vita di questa donna potrebbe strappargli la fede più di tutte le sue chiese vuote”.

Trevor aveva 63 anni quando ha pubblicato “Leggendo Turgenev”, e la sua età si percepisce nella profonda consapevolezza che aleggia sulla storia, come una sorta di muta predestinazione. Spezza il cuore essere spettatori di un destino già scritto, eppure è questo che l’autore dipana sotto i nostri occhi, e a lasciare una traccia indelebile è di certo la partecipazione con cui lo fa. Questo è un libro dolente, in molti modi. Il dizionario recita: “addolorato, afflitto, dispiaciuto”, ed anche: “s.m. e f. lett: persona afflitta dal dolore”. Come sempre più spesso accade, sono queste le storie che raggiungono la parte più vera di noi, quasi che il dolore fosse – alla fine – l’unico linguaggio che davvero ci accomuna in quanto creature sempre private di qualcosa. Il non vissuto, il non detto, il non posseduto, paiono essere una condanna senza appello; eppure la fragile, delicata Mary Louise, ha riportato alla mia mente con forza parole a cui non pensavo da molto, molto tempo, parole – in fondo – colme di luce:

Heard melodies are sweet,

But those unheard are sweeter;

Therefore, ye soft pipes, play on;

Not to the sensual eat, bur, more endear’d,

Pipe to the spirit ditties of no tone.

(John Keats)

William Trevor, “Leggendo Turgenev”, (ed. or. 1991, trad. Laura Pignatti) pp. 248, 17 euro, Guanda, 2012.

Voto: 5/5


1.10.2012 Commenta Feed Stampa