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L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford

di Chiara Biondini

mitford[…] “No, ma la cosa che davvero mi incuriosisce sul debutto in Inghilterra è l’amore. Tutti hanno storie d’amore? È l’unico argomento di conversazione?”

Fui costretta ad ammettere che era così.

“Oh, accidenti. Ero sicura che lo avresti detto…. Succedeva anche in India, naturalmente, ma credevo che magari in un clima freddo… Ad ogni modo non dire niente alla mamma, se te lo chiede. Fa’ finta che le debuttanti inglesi siano indifferenti all’amore. È furiosa perché non mi innamoro mai di nessuno; non fa altro che prendermi in giro. Ma non serve a niente, perché se non succede non succede. Alla mia età mi sembra più naturale non innamorarsi”.

La malinconica fanciulla in copertina potrebbe ben essere la quasi iraggiungibile Polly, dalla bellezza tanto sorprendente quanto fredda, e l’algido colore della copertina rappresenta alla perfezione lo stato d’animo che aleggia lungo la lettura: un incrocio tra distaccata empatia e raggelata emozione. Contrasti ed opposti che passeggiano mano nella mano, tranquilli e indifferenti alla bizzarria del loro accostamento. Questa “comedy of manner” rinchiude il peggio della cosiddetta aristocrazia inglese dei primi del 900, una classe colma – appunto – di maniere affettate e consuetudini irrigidite dal tempo, senza una vera e propria identità. Polly, figlia di un ex vice-re delle Indie e di un’ingombrante quanto sciatta donnona, appare nelle parole di Fanny, cugina dai ben più umili natali, una creatura triste, trattenuta, insoddisfatta. L’unica preoccupazione della madre è che trovi al più presto qualcuno di cui innamorarsi e con cui contrarre un matrimonio socialmente onorevole. Questo è il fulcro che regge l’intera trama, il punto focale intorno al quale si muove un insieme di personaggi dai risvolti spesso grotteschi: lo zio sporcaccione, o “stuuupido” – come definito dalle fanciulle, che tanto fanciulle poi non sono, in realtà – i nobili annoiati e noiosi, le dame chiacchierate e chiacchierine, gli immancabili – ed indispensabili – amanti, quasi che avere un amante sia un requisito indispensabile. L’umorismo crudele della Mitford è evidente, nel suo continuo prendersi gioco di questi personaggi ridicoli nella loro affannata ricerca di lussi, popolarità, pettegolezzi. Volatili troppo istupiditi per rendersi conto di essere in trappola.

Era proprio quello il punto dolente, per Lady Montdore: nessuno la chiedeva in moglie. Una Polly allegra e civettuola, circondata da buoni partiti che si divertiva a mettere l’uno contro l’altro, stuzzicandoli e poi facendo la preziosa, desiderata dagli uomini sposati, guastatrice dei fidanzamenti delle amiche: Lady Montdore sarebbe stata ben contenta di vederla giocare a quel gioco per qualche anno, se necessario, purché alla fine si sistemasse con un marito appropriato e importante. Il motivo della sua angoscia era il fatto che quella celebrata bellezza non sembrava esercitare alcun fascino sull’altro sesso. I primogeniti le lanciavano un’occhiata, dicevano: “Non è bellissima?”, e poi se ne andavano con qualche donnina senza mento di Cadogan Square”.

Lady Montdore, ossessionata dal controllo e dalla buona riuscita dei suoi piani, sarà abbattuta dal colpo di genio di una figlia ormai tanto esasperata quanto testarda. Polly infatti si sposerà, e sceglierà tra i tanti proprio il vecchio zio sporcaccione, vedovo da pochissimo, per giunta, scatenando cori di esterrefatta ripugnanza, e finendo con l’essere diseredata dal ricchissimo papà. L’amore tutto può? A giudicare dall’infelicità della nuova e stramba coppia, relegata a vivere di stenti in Sicilia, si direbbe proprio di no. Non credo neppure che possa definirsi amore, questo misto di vendetta, calcolo, istinti e capricci. Più che altro, la Mitford sembra volerci mostrare la fine dell’amore, sepolto e surclassato da obblighi, stoffe, e altre futili cose. Neppure il matrimonio della modesta Fanny pare ridare fiducia al lettore, sebbene si tratti di un legame fondato su più autentici sentimenti. Fanny pare mettere in secondo piano la propria vita, che scorre sfocata in sottofondo, per concentrarsi sulle disgrazie di individui destinati all’insoddisfazione. L’arrivo del nuovo erede, un effeminato ed entusiasta cugino venuto dall’Australia, ridarà lustro alla goffa figura della matrona, porterà qualche sorriso e una ventata di ironia, ma nulla più. Impossibile scacciare la malinconia da queste pagine; l’ironia, la lucida e spietata condanna, l’irriverente impertinenza di questa autrice non riescono a celare l’enorme tristezza che – tenace – si aggrappa a tutto, e tutto rende privo di gioia.

Nancy Mitford, “L’amore in un clima freddo”, (ed. or. 1949, trad. Silvia Pareschi) pp. 280, 18 euro, Adelphi, 2012.

Voto: 3/5


24.09.2012 Commenta Feed Stampa