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Fuoco di Tahar Ben Jelloun

di Alessandro Montagner

Tahar Ben Jelloun - FuocoNell’epoca degli Hunger Games della finanza transnazionale, in cui l’erosione dei diritti e delle libertà dei cittadini viene offerta docilmente in pegno da intere economie, è stata e continua ad essere una fonte di sorpresa per molti che le più imponenti manifestazioni popolari degli ultimi anni abbiano avuto luogo in paesi arabi retti da regimi autoritari, piuttosto che nelle democrazie occidentali: Tunisia, Egitto, Libia, Siria.

La verità è che la protesta popolare covava da tempo sotto la cenere in quei paesi, ed è bastata una scintilla per incendiarla. Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino residente a Parigi, fornisce un resoconto di quella scintilla iniziale in questo testo agile, pubblicato da Gallimard nel primo anniversario della primavera araba. Il fuoco del titolo è quello della foto di copertina: “Mohamed Bouazizi si dà fuoco nella piazza di Sidi Bouzid, 17 dicembre 2010”. Il gesto di estrema, disperata protesta personale fu la fine dell’inizio degli eventi della primavera araba. Jelloun evita ogni retorica, e piuttosto che dilungarsi su vicende universalmente note preferisce raccontare quello che le ha precedute: gli ultimi giorni di vita del tunisino Bouazizi, le cause dell’irrimediabile epilogo.

Alla morte del padre, Mohamed si ritrova, in quanto primogenito, a dover provvedere alla famiglia: cinque tra fratelli e sorelle minori, oltre alla madre diabetica. È laureato in storia ma non ha mai ottenuto un impiego, nonostante le numerose proteste davanti al ministero dell’economia. Il giorno stesso del funerale, brucia il suo diploma. Deluso, scoraggiato, è costretto a riprendere il carretto della frutta che era stato del padre. Studi, sacrifici, speranze di ascesa sociale sono stati inutili: la povertà è una condanna, e la vita di Mohamed diventa una serie di rinunce ed espedienti quotidiani.
E questi non sono nemmeno i suoi problemi peggiori. Ben più gravi sono le continue vessazioni che il giovane è costretto a subire da parte della polizia. Viene tormentato dagli agenti perché si rifiuta (oltre a non potersi permettere) di corromperli, e fa orecchie da mercante al velato suggerimento di diventare informatore. È quindi forzato a “fare il mercante ambulante, dato che tutte le buone posizioni erano occupate da coloro che collaboravano con la polizia”. Gli abusi si ripetono, tra insulti e continue intimazioni a spostarsi altrove; fino ad una confisca del carretto totalmente arbitraria. Mohamed protesta al commissariato e chiede di esser ricevuto dal sindaco, inutilmente. Si convince allora di avere una sola opzione: “Se avessi un’arma, la scaricherei tutta su questi stronzi. Non ho armi, ma ho ancora il mio corpo, la mia vita, la mia fottuta vita… è questa la mia arma…

Raccontando di Bouazizi, Jelloun ritrae con una prosa asciutta e senza sbavature la vita dei tunisini sotto il regime di Ben Ali: soprusi e prepotenze di politici e polizia da una parte, e dall’altra l’estrema povertà, ma anche la solidarietà della gente comune. La polizia in borghese è ovunque, lo spionaggio capillare: non appena Mohamed interrompe i contatti con il gruppo dei laureati disoccupati (probabilmente infiltrato o comunque controllato), riceve una visita dalle forze dell’ordine; subito dopo aver incontrato di nuovo uno dei vecchi compagni di lotta, viene interrogato e picchiato. Spesso Jelloun lascia parlare i fatti: “A casa, la vecchia televisione era accesa. Una trasmissione stava celebrando i trent’anni di regno del Presidente della Repubblica”. A tratti la ricostruzione ricorre ad un simbolismo poetico di grande efficacia: nel corso di una retata contro un gruppo di giovani venditori ambulanti, un dvd di Spartacusfinisce spiaccicato sotto le ruote del furgoncino”.

E celebrando Bouazizi, uno studente di storia che ha fatto la Storia solo dopo aver bruciato il proprio diploma, Jelloun ci ricorda che che c’è ben altro che dovremmo importare dal continente africano piuttosto che gli anticicloni e il petrolio libico.

Tahar Ben Jelloun, Fuoco (2011), traduzione di Anna Maria Lorusso, pp. 80, €8, Bompiani 2012.

Voto: 4/5.


31.08.2012 Commenta Feed Stampa