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Una bugia su mio padre di John Burnside

di Chiara Biondini

burnside“Occorre disciplina per essere felici una vita intera, non c’è dubbio; ma la felicità di un momento è questione di fortuna. Un colpo di fortuna e un segno, un indizio, non solo di ciò che potrebbe esistere, ma anche di ciò che esiste già, nel cuore del cuore di un uomo, nel luogo intimo dove i cliché non reggono più, nelle stanze fumose, dorate e profumate di mirra della sua immaginazione”

Burnside, classe 1955, scozzese, è poeta e autore di romanzi e short stories; molto apprezzato in patria, da noi è pressoché sconosciuto. Nel 2010 Fazi pubblica “Glister”, un ottimo romanzo dalle tinte cupe, ambientato in un luogo avvelenato e abbandonato, una sorta di confine apocalittico, una moderna e terrificante città dei fantasmi. Leggendo “Una bugia su mio padre”, sofferto memoir e acuta indagine psicologica, è impossibile non rendersi conto di come John Burnside abbia attinto dalla propria infanzia nello scrivere di quel luogo tanto desolato. Il piccolo John ha vissuto in una casa inagibile, al confine con un bosco avvelenato da un vecchio impianto chimico, e di certo questa – e altre esperienze – devono averlo forgiato, segnato, ferito. Ancora una volta, il confine tra reale e immaginario non potrebbe essere più labile, come dichiara lo stesso autore: “Questo libro va considerato un’opera di fantasia. Se fosse ancora qui  a parlarne, sono sicuro che mio padre concorderebbe con me nel dire che non ho mai avuto un padre, così come lui non ha mai avuto un figlio”. Una dichiarazione dolorosa, una presa di coscienza che nulla toglie al realismo di queste pagine, una straordinaria biografia scevra di inutili sentimentalismi. La storia di un bambino umiliato prima e di un adulto ferito poi, un uomo portato all’autodistruzione, condannato a muoversi sempre in bilico tra una vita normale, fortemente voluta, e il fascino della caduta: un concetto chiave per Burnside, una terribile costante con la quale lotterà sempre, per ritrovarsi a cedervi e poi pentirsi, ricominciare, cadere ancora, in un continuum straziante, inevitabile. “Ma è questa la cosa più sorprendente, lo shock più violento, assai peggiore del male che facciamo a noi stessi o agli altri, peggiore delle gioie perdute degli albori, quando la tua droga preferita ti faceva stare così bene. E’ la fase peggiore di tutte: la fine sembra sempre sul punto di arrivare ma non arriva mai, e continuiamo a cadere, per anni, decenni. E dopo una caduta così lunga – lenta e indifferente – quando alla buon’ora la fine si avvicina e la caduta si arresta, non c’è più nessuno a gioirne con te”. La vita di Burnside sarà un continuo scontrarsi con la figura paterna, sarà rendersi conto di portare dentro di sé un po’ di quella malinconia, di quel desiderio di solitudine, che aveva reso suo padre un uomo condannato al fallimento. Il padre di Burnside, trovatello cresciuto negli anni della Grande Depressione, è uno di quegli uomini che ci provano, ma non ce la fanno, che preferiscono lamentarsi e condannare gli altri invece di mettersi in gioco e assumersi le proprie responsabilità. Uno di quelli che scivolano lentamente in un gorgo di disperazione, che raccontano bugie su bugie, in primis a se stessi e poi a tutti gli altri, per fuggire da una realtà troppo schiacciante, inaccettabile. Burnside, con questo libro, vuole forse chiudere i conti col passato, o forse trovare un po’ di pace, e lo fa con una semplicità disarmante, una sincerità data dal tempo e da una nuova maturità.

In fondo, lo spunto che dà il via alla narrazione è un evento tanto banale quanto dirompente:  l’incontro con un autostoppista che sta andando a trovare il padre, “un uomo che sapeva il fatto suo, silenzioso, di larghe vedute e riservato”. Burnside comincia immediatamente a immaginarsi questo padre, gli assegna anche un nome, e attende la domanda che sa essere inevitabile: “Allora…Che tipo era il tuo vecchio?” Burnside si prende un lungo attimo, ripensa all’infanzia colma di rancore, alle colpe dei padri che ricadono sui figli; ripensa alle bugie, alle sceneggiate, all’alcol, al pietismo. Ripensa alle sue cadute, alle droghe, ai molteplici tentativi di raggiungere – infine – il fondo, la fine della caduta. Osserva il ragazzo, un concentrato di speranza e futili illusioni, e mentre i loro sguardi si incrociano, aspettativa contro consapevolezza, Burnside sa già ciò che racconterà: una bugia su suo padre.

John Burnside, “Una bugia su mio padre”, (ed. or. 2006, trad. Massimo Ortelio), pp. 302, 16,50 euro, Neri Pozza, 2012.

Voto: 4/5


5.07.2012 2 Commenti Feed Stampa